La complessità del senso
17 12 2017

Il passato

film_ilpassatoLe passé
Regia Asghar Farhadi, 2013
Sceneggiatura Asghar Farhadi
Fotografia Mahmoud Kalari
Attori Bérénice Bejo, Tahar Rahim, Ali Mosaffa, Pauline Burlet, Elyes Aguis, Jeanne Jestin, Sabrina Ouazani, Babak Karimi, Valeria Cavalli
Premi Cannes 2013, Bérénice Bejo atr.

La macchia su un abito. A volte i particolari rivelano scenari complessi e ragioni molteplici di scelte che possono sembrare quasi incomprensibili. Non staremo a chiarire qui il valore dell’indizio, ma vogliamo dire subito che l’iraniano Asghar Farhadi conferma la sua vocazione all’indagine dei personaggi, non solo per i risvolti psicologici del loro comportamento ma anche nel senso più largo delle relazioni familiari nella società contemporanea, dove la famiglia spesso si scompone e ricompone con una certa fatica.  Il regista di About Elly (Orso d’Argento a Berlino 2009) e di Una separazione (Oro a Berlino e Argento a tutto il cast nel 2011, Oscar 2012 film straniero) continua in una sorta di elastico che lo porta a uscire, rientrare e riuscire dal suo paese, ogni volta che per i suoi personaggi si tratti di separazioni e momentanei riaccostamenti con l’altra metà di sé – che non è semplicemente la donna amata, ma è la vita non ben definita e problematica da definire, nella consistenza sia intima che ambientale. Ed è confermata anche l’esigenza, giusta e fruttuosa, di considerare la sceneggiatura come parte essenziale non tanto del film quanto della sua concreta realizzazione. Al susseguirsi delle sequenze avvertiamo precisamente come esse scaturiscano non dalla “esecuzione” dello script bensì dalla sua realizzazione “live”, non avvertiamo mai un momento in cui la pagina scritta s’intrometta indebitamente tra l’obbiettivo e gli attori. Bérénice Bejo, premiata con merito a Cannes, non esprime qualcosa di qualitativamente diverso dagli altri protagonisti, compreso il piccolo Elyes Aguis nella parte di Fouad, il figlio di Samir (Tahar Rahim), il nuovo compagno che Marie (Bejo) ha scelto dopo la separazione dal marito Ahmad (Ali Mosaffa). Non è nemmeno giusto dare schematicamente il quadro d’insieme dei personaggi e della loro situazione, giacché il regista li scopre insieme a noi, man mano che il film procede, quasi a condurci all’interno della storia e a farcene partecipi emotivamente. Ahmad torna a Parigi da Teheran dopo quattro anni di separazione. Marie dice di essere pronta a formalizzare il divorzio, a consolidare una nuova fase della propria vita lasciando alle spalle il passato. Nel realizzarsi o meno di tale aspirazione è la suspense del film, una tensione che però, per la bravura del regista e degli attori, non si fa mai lineare, tracciando invece un disegno che coinvolge i protagonisti in un vortice di dubbi e “indecisioni” costitutive del loro essere al mondo, in quel mondo, in quel vissuto preciso che il film ci mostra. Il valore “documentario” e quello poetico del narrare non sono mai separati, se l’arte è presente. Ci mettiamo un po’ a capire quanto sia importante per lo svolgersi della vicenda il fatto che la più grande delle figlie di Marie, la sedicenne Lucie (Pauline Burlet), non sia figlia di Ahmad. A un certo punto, ce lo dice ella stessa, descrivendo il suo stato d’animo e il suo disagio verso l’andamento instabile degli affetti della madre: gli uomini (Samir è il terzo) arrivano e se ne vanno dopo periodi brevi. Lucie stenta a vivere serenamente nella casa in cui ora s’incontrano, sembra per ragioni contingenti, l’ex marito e il nuovo compagno. Ma perché Marie non ha prenotato per Ahmad una stanza d’albergo? Non devono semplicemente confermare davanti al giudice in tribunale la loro volontà di divorziare? Sarà proprio attraverso la figura della ragazza che andremo a scoprire la catena dei fatti che hanno determinato, per un complicato meccanismo di azioni e reazioni psicologiche, l’implosione nei rapporti di Samir con la moglie Valeria. La loro lavanderia è stata il teatro di contrasti e travisamenti (Ah, quella macchia…) che hanno portato la donna a “vivere” in stato di coma dopo un tentativo di suicidio. Il tema del coma e della vita-non-vita è francamente forzoso rispetto all’insieme situazionale del film e rischia di spostare, nell’ultima parte, il peso dei personaggi su un versante “morale” non necessario. Il dubbio profondo di Samir circa la “verità” del suo amore per Marie non è detto che debba nascere dallo stato di Valeria. Meglio restare all’autonomo e progressivo disvelarsi del processo relazionale, un processo che è anche uno sguardo consapevole sul mondo attuale. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.]

Franco Pecori

 

 

 

 

Print Friendly

21 novembre 2013