La complessità del senso
24 08 2017

E’ solo la fine del mondo

film_èsololafinedelmondoJuste la fin du monde
Regia Xavier Dolan, 2016
Sceneggiatura Xavier Dolan
Fotografia André Turpin
Attori Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard.
Premi Cannes 2016, Gran Prix.

Film mimetico. Nel medesimo senso e per paradosso, oseremmo dire realistico/naturalistico, rispettoso cioè, specchio dell’imitazione che ciascuno di noi mette in atto di se stesso nell’esercizio del proprio comportamento. Il pieno e il vuoto di vita/presenza e morte/assenza. Le due componenti sono rappresentate più con stile che attraverso metafora, non per un impossibile recupero di “figure nella testa” ma nella presunzione di tradurre con segno personale figure elaborate dall’immaginazione e rese “disponibili” a scene raccontabili. Non si pensi a una qualche unidirezionalità, vale meglio l’idea di dissonanza. Prendiamo l’avvio del film: Louis (Gaspard Ulliel), scrittore trentenne, torna in visita alla famiglia dopo 12 anni perché gli sembra importante che i suoi sappiano del destino drammatico da cui egli è atteso. Del giovane abbiamo la faccia e l’avremo per tutto il film, quasi soltanto la faccia. E non appena bussa alla porta, lo assale (ci assale) un groviglio nevrotico di parole/gesti, tale da farci intuire quanto e come sia arduo il fine che Louis s’è posto. Antoine (Vincent Cassel), il fratello maggiore, la madre (Nathalie Baye), la cognata Catherine (Marion Cotillard) e la sorella minore Suzanne (Léa Seydoux) esplodono (alta la qualità degli attori) in un fuoco d’artificio fortemente indiziario di complessità inestricabili, spiccatamente “teatrali”, le cui radici esistenziali descrivono e insieme denunciano il pieno e il vuoto di cui si compone il narrare, per “forza di cose”. Il film si nutre della pièce “Giusto la fine del mondo”, di Jean-Luc Lagarge. Il risultato è in una sorta di rispecchiamento stilistico, nel trasferimento – se si vuole – della forma del contenuto nella sostanza del tratto cinematografico, insistita e riproposta in eccesso fino a farne sostanza del narrare, capovolgendo così la “storicità” del senso, tanto che in ultimo, la “saggezza” materna potrà esprimersi con una tale frase fatta: «La vita va avanti come nei libri». Ovvio che i libri posso essere più o meno pieni e/o vuoti. Tornerà, promette Louis. Ma per ora il personaggio ha da gestire la propria fine. Dopo Mommy (Prix du Jury a Cannes 2014), ancora una richiesta di attenzione, allora il deficit gravava sul quindicenne Steve (Antoine-Olivier Pilon), curato con grande sacrificio dalla madre Diane (la bravissima Anne Dorval), stavolta il quadro ha stile corale.

Franco Pecori

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7 dicembre 2016