La complessità del senso
27 06 2017

Il ponte delle spie

film_ilpontedellespieBridge of Spies
Regia Steven Spielberg, 2015
Sceneggiatura Joel Coen, Ethan Coen, Matt Charman
Fotografia Janusz Kaminski
Attori Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Sebastian Koch, Alan Alda, Austin Stowell, Billy Magnussen, Eve Hewson, Domenick Lombardozzi, Michael Gaston, Peter McRobbie, Edward James Hyland, Joshua Harto.
Premi Oscar 2016: Mark Rylance atnp.

Classico non vuol dire antico. Ogni tanto conviene riaffermare certe ovvietà. La classe di Steven Spielberg merita il significato primario del termine, le classi riferite al censo stabilite da Servio Tullio nell’antica Roma. La ricchezza di linguaggio cinematografico dell’autore di Bridge of Spies deve definirsi di prim’ordine, esemplare, stabile nel tempo, da Duel (1971) a Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), E.T. l’extraterrestre (1982), Jurassic Park (1993), Salvate il soldato Ryan (1998), The Terminal (2004); e da Schindler’s List (1993) a Lincoln (2012). Nelle variazioni dell’invenzione fantastica c’è sempre posto per un’essenziale dialettica umana, più o meno esplicita, tra la normalità e l’eccezione del vivere. Il ponte delle spie continua a tessere il filo di un senso storico mai trascurato, a ben vedere, nemmeno nelle invenzioni fantascientifiche di Spielberg, autore sempre attento a una verosimiglianza interna del racconto, tale da non contraddire il quadro della contemporaneità e, anzi, da chiarirne le possibili “giuste cause” culturali e politiche. In tal senso, la necessità di una consapevole coerenza del comportamento “professionale” e del possibile e inevitabile portato prospettico, relativo alla “Guerra Fredda” degli anni ’50-’60 del secolo scorso, di scelte soggettive relativamente a situazioni non governabili soggettivamente, è il tema profondo del film. L’avvocato James Donovan, specialista rinomato nel campo delle assicurazioni – si può dire straordinaria la prova di un attore dal nome di Tom Hanks? – è chiamato a difendere in un processo dagli esiti prevedibilmente scontati la spia sovietica Rudolf Abel (Mark Rylance), catturata a New York dall’Fbi. Donovan non ha intenzione di cedere ai propri principi di legale, deciso a evitare al suo assistito la pena capitale, secondo lui immeritata. E capita bene a proposito la cattura e la condanna a 10 anni da parte dei sovietici dell’americano Gary Powers (Austin Stowell), pilota di un aereo spia U-2, abbattuto durante il sorvolo dello spazio sovietico. Lo scambio avverrà sul ponte di Glienicke, tra le zone Est e Ovest di Berlino. Donovan, da cittadino statunitense, senza un incarico ufficiale, col carico di forte impopolarità verso l’opinione pubblica che lo vede difendere il nemico, deve recarsi nella capitale tedesca e piombare nella pesantissima atmosfera della città simbolo della separazione e contrapposizione di due mondi con la messa in opera del famigerato Muro. La rappresentazione drammatica di quel viaggio ha risvolti ironici al limite dell’umorismo sarcastico, grazie all’essenziale collaborazione dei fratelli Coen, qui sceneggiatori, i quali segnano fin dall’inizio il film di uno spirito specificamente adatto all’essenza dei personaggi. Si noti il carattere della spia sovietica, quel Rudolf Abel immedesimato nel ruolo al di là del ruolo, condizione che gli permette (o lo obbliga) di mantenere una dignità di uomo “semplice”, dedito al suo lavoro; e si noti il raffreddore di Donovan, derubato del cappotto a Berlino Est e impaziente di portare a termine il proprio compito anche per ritrovare al più presto il calore della sua casa. All’interno di tale umanità, non decade il senso della giustizia che fa prendere all’avvocato, in proprio, la decisione di imporre come essenziale nello scambio delle due spie anche la libertà di uno studente americano arrestato in quei giorni nella zona Est mentre tentava di raggiungere la sua abitazione nella parte Ovest della città. Un senso di fiaba recuperata alla realtà della storia avvolge il film per la magistrale capacità di Spielberg di trattare ogni materia secondo la dignità specifica del proprio condizionale necessario. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

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16 dicembre 2015