La complessità del senso
19 11 2019

Creed II

Creed II
Regia Steven Caple Jr., 2018
Sceneggiatura Cheo Hodari Coker, Sylvester Stallone
Fotografia Kramer Morgenthau
Attori Michael B. Jordan, Tessa Thompson, Sylverster Stallone, Florian Munteanu, Dolph Lundgren, Wood Harris, Phylicia Rashad, Kristina Aponte, Andre Ward, Russell Hornsby, Myles Humphus.

Allo scoccare del terzo anno, Rocky Balboa conferma l’assistenza al “nipote” Adonis (Michael B. Jordan) – lui lo chiama “zio” -, figlio illegittimo del grande campione dei pesi massimi Apollo Creed, avversario e amico, morto prima che la creatura venisse al mondo. Tutore a modo suo, cioè con tutta la passione e la convinzione già poste verso lo sport che egli considera una vera e propria visione del mondo, Rocky (Sylverster Stallone) ha visto crescere anche professionalmente il suo pupillo. Il ragazzo si trova ora a difendere il titolo dei massimi niente di meno che contro il russo Viktor Drago (Florian Munteanu), figlio di quel Ivan Drago che, trenta anni fa ha uccise Apollo sul ring. Due figli con sulle spalle il peso della storia tragica (greca? non esageriamo) dei rispettivi padri. Non si va a vedere un film così per conoscere il risultato di un match così. Prevale il piano simbolico, vincente a priori nonostante l’armamentario degli effetti sul ring. Il suono dei pugni è paragonabile ai micidiali “tonfi” dei passi di certi bipedi umanoidi alti come palazzi. Sensazioni che valgono il peso morale del racconto? Ipotesi, ma la teniamo in sottordine perché rischia di alleggerire oltre misura la carica di una vicenda non solo sportiva bensì di famiglia, dove non pare vi sia trasformismo. Tutt’altro. Il pugile russo può anche soffrire fin quasi a rimetterci la pelle, Adonis è pronto a lasciare sul ring anche l’anima pur di svolgere correttamente il “tema” suggeritogli dal mentore allenatore: “Sono qui per dimostrare qualcosa agli altri, o per dimostrare qualcosa a me stesso?”. La risposta è ovvia come l’esito del match. Il russo fa il russo, è un gigante da far paura, ma la posta in palio va ben oltre il confronto dei pesi e l’abilità dei muscoli. L’incontro decisivo si dovrà fare in Russia e così l’allenamento si trasferisce nella steppa, ma comunque conteranno di più il cuore e la testa. La “testa” è la linea (di principio) interna della storia. C’è Phylicia Rashad nei panni della mamma (adottiva), pronta a riconoscere il senso trascendentale del pericolo fisico in nome di qualcosa che sta oltre; c’è Tessa Thompson, immedesimata nel ruolo di cantautrice sì ma soprattutto futura moglie e madre di famiglia (vale la pena  di correre il rischio di un ko severo, ma tanto andrà tutto bene). E figuratevi l’emozione – contenuta ma non tanto da non sembrare che metta in dubbio la resistenza di Balboa ormai alquanto malconcio – di quel bonaccione (ormai sì, ma forse da sempre) di Rocky, quando gli toccherà, in clinica, di salutare l’arrivo dell’attesa creatura. Dunque, di Creed in Creed? Al buon cuore. E il valore cinematografico, estetico? Basti dire del lampione davanti all’entrata della casa di Balboa. Rocky abita, da solo, in una strada piuttosto appartata, alquanto buia. Si lamenta sommessamente con Adonis che, tornando la sera, trova spesso quella luce spenta. Un’inquadratura e una battuta alla quale, quasi da non credere, non si fa cenno quando verso la fine del film la scena del rientro a casa si ripete. Stile asciutto. Pensando a una certa America, si guarda Stallone e viene in mente Eastwood.

Franco Pecori

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24 gennaio 2019