La complessità del senso
28 06 2017

Synecdoche, New York

Layout 8Synecdoche, New York
Regia Charlie Kaufman, 2008
Sceneggiatura Charlie Kaufman
Fotografia Frederick Elmes
Attori Philip Seymour Hoffman, Samantha Morton, Michelle Williams, Catherine Keener, Emily Watson, Dianne Wiest, Jennifer Jason Leigh, Hope Davis, Tom Noonan, Lynn Cohen, Sadie Goldstein, Daisy Tahan.

Arriva sui nostri schermi con sei anni di ritardo dopo la partecipazione a Cannes (concorso 2008) l’esordio alla regia di Charlie Kaufman, sceneggiatore di film di notevole impegno, come Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee (Spike Jonze, 1999 e 2003), Confessioni di una mente pericolosa (George Clooney, 2003), Se mi lasci ti cancello (Gondry Michel, 2004). La tematica di partenza può sembrare banale, risaputa: il teatro è vita, la vita è teatro. Ma sarebbe come dire che Shakespeare – To be, or not to be – è banale. Il titolo già mette in guardia e invita a una lettura non sbrigativa dell’impianto narrativo. La vita del regista teatrale Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman), pur restando singolare al proprio livello come la vita di ciascuno, è anche la vita di un newyorkese contemporaneo e ci racconta un insieme di situazioni che rappresentano – la parte per il tutto – le condizioni possibili e/o probabili del vivere nella metropoli statunitense. E non solo del vivere nella metropoli, ma dell’esistenza della metropoli. E si sa che, convenzionalmente, New York è considerata la mela di un frutteto ormai universale. Ora, si sa anche come sia rischioso, dal punto di vista della ricerca del senso, tradurre un racconto, o pur soltanto una scena di una traccia narrativa, specie se in vista della sua realizzazione teatrale, nella propria metafora, giacché la traduzione implica necessariamente l’apporto creativo del lettore, o se preferite dell’interprete o del fruitore. Non a caso per l’identificazione con Cotard viene chiamato un attore come Seymour Hoffman, la cui capacità estensiva e critica s’è dimostrata immensa in un numero di prestazioni che non è nemmeno il caso di elencare parzialmente. Si tratta di consegnare all’attore il destino del protagonista. E’ ciò che avviene in ogni film, direte. Ma qui il protagonista affronta una crisi di sé talmente progressiva e coinvolgente da chiamare la partecipazione del contesto inteso come vita “reale” rappresentabile. Il problema è che Cotard ha la pretesa di togliere le virgolette alla “realtà”. Prende atto di essere a New York, assume in piena coscienza la rappresentatività di un ritaglio semicasuale del paesaggio urbano, scelto appunto per semplice contiguità e trasformabile in universo. Direte altresì che il mettersi in scena volendo con ciò raccontare se stessi con la pretesa di parlare di tutti non è certo  una novità e neanche, di per sé, una bella novità. Ma il punto di tale possibile impasse (e del pericolo della sua banalità) è risolto da Kaufman chiedendo all’attore di rendersi disponibile fino alla sofferenza vera di una parte in scena che, lungi dall’uscire dalla scena (ossia dal divenire o-scena), si mantiene in sé, fino a morirne come parte, fino a consegnare al set l’immagine del film nel suo farsi, fino a “impedire” al cinema di tradirsi e di cancellare la propria finzione. Cotard, abbandonato dalla moglie Adele (Catherine Keener), pittrice in cerca di mostre europee, e devitalizzato sul versante di ulteriori rapporti – con l’attraente Hazel (Samantha Morton) si vede subito che non funzionerà – resta presto solo con se stesso, col proprio corpo che pare andare in disfacimento. Così, cerca rifugio negli spazi di una fabbrica abbandonata, abbastanza grande da costruirvi una scena che possa prendere e riprendere vita, ravvivare non la biografia dell’autore bensì dare continuità all’esistenza. E comincia la ricerca di un Doppio impossibile eppure presente e vivo, con i difetti e le imperfezioni del Doppio, sapute in anticipo e tuttavia azzardate in piena consapevolezza, fino a toccarne il pieno paradosso. Lo spettatore diviene corpo interessato nell’ipotesi di una messa in scena irrealizzabile, una rappresentazione di sé i cui frutti il Tutto è destinato a coltivare in sé. I limiti della crescita e/o dell’implosione non sembrano determinabili.

Franco Pecori

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19 giugno 2014