La complessità del senso
19 10 2017

Florence

film_florenceFlorence Foster Jenkins
Regia Stephen Frears, 2016
Sceneggiatura Nicholas Martin
Fotografia Danny Cohen
Attori Meryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg, Rebecca Ferguson, Nina Arianda, John Kavanagh, Christian Mchay, David Haig, Mark Arnold, Josh O’Connor, Paola Dionisotti.

«Si può dire che non so cantare, ma non si può dire che non ho cantato». Fu il timbro finale che l’ereditiera americana Florence Foster Jenkins (1868- 1944), cantante lirica stonata e dal ritmo incerto, volle lasciare impresso, sugello alla sua stramba catena di successi, interrotta soltanto alla fine, con il concerto-fiasco del 25 ottobre 1944 alla Carmegie Hall. Gli applausi che l’immeritevole soprano aveva raccolto prima di allora erano stati “propiziati” con inviti speciali e anche con distribuzione di biglietti verdi, nella cerchia di un pubblico amico e facile al consenso, per conformismo o per semplice voglia di appartenenza al giro dei salotti e degli scambievoli ammiccamenti risarcitori di falsa coscienza. La storia di Florence ce la fa rivivere una Meryl Streep in gran forma come sempre, affiancata da due personaggi complementari, l’inglese St. Clair Bayfield (Hugh Grant), immedesimato nella figura di un “secondo marito” piuttosto platonico e, da attore mancato, guardiano premuroso della sensibilità del ridicolo soprano; e il pianista accompagnatore, Cosme McMoon (Simon Helberg), aspirante compositore, patetico comico involontario, disponibile per soldi a coprire professionalmente l’assurdità delle esibizioni-farsa. Man mano che il racconto procede, si disvela, grazie alla ficcante regia di Stephen Frears (notevole anche la ricostruzione ambientale), il meccanismo perverso dell’accondiscendeza, ingannevole non solo verso la stessa protagonista, ma verso l’insieme del contesto propenso alla tolleranza della messinscena. La storia di Florence Foster Jenkins è vera, i suoi dischi hanno avuto anche inaspettata (?) fortuna presso un pubblico più largo rispetto a quello dei concerti truccati. Ma attenzione a non considerarla soltanto una storia paradossale e “comica”. Un certo tipo di successo – di allora come di oggi, se passiamo dall’America della prima metà del secolo scorso al nostro tempo webdipendente – è dovuto al cortocircuito tra i due poli essenziali, due finzioni complementari, dell’artista verso se stesso – ma il concetto è estensibile, la frase iniziale può riguardare certi autori di libri bestseller, definibili spesso come non-scrittori per non-lettori – e del pubblico, il quale trova comoda una finzione che semplifichi e giustifichi implicitamente la fruizione facile, degradata, dell’opera. Il meccanismo comprende anche il “ritorno” in termini di alibi dell’ascolto e/o del gradimento, sulla base del quale cresce e si consolida la qualità del conformismo e della conseguente produzione di senso “universale”. Ben poco potrà la fermezza di giudizio di un critico che rifiuta la corruzione. A parte il danno decisivo che la stroncatura della performance alla Carnegie Hall produrrà sulla salute di Florence, ciò che resta è l’immagine di una donna che “canta col cuore” e per la quale la musica è la cosa che più conta nella propria vita. Del resto, nella bolgia della sala, piena di soldati e marinai difensori della Patria in libera uscita (siamo nel ’44), trovano posto anche Arturo Toscanini (John Kavanagh) e Cole Porter (Mark Arnold). Il britannico Stephen Frears (My Beautiful Laundrette 1985, Le relazioni pericolose 1988, Eroe per caso 1992, Piccoli affari sporchi 2002, Lady Henderson presenta 2005, Philomena 2013) conferma la propria attitudine alla commedia/dramma amara e spesso sarcastica, con un franco tratto di denuncia su temi spigolosi, sempre affrontati evitando l’ovvio. 

Franco Pecori

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22 dicembre 2016