La complessità del senso
16 01 2021

Undine – Un amore per sempre

Undine
Regia Christian Petzold, 2020
Sceneggiatura Christian Petzold
Fotografia Hans Fromm
Attori Paula Beer, Franz Rogowski, Maryam Zaree, Jacob Matschenz, Anne Ratte-Polle.
Premi Berlino 2020: Orso d’Argento Paula Beer migliore attrice. Fipresci.

Il fiabesco, l’umano. La Storia, il suo racconto, la coscienza dei tempi, come sono stati e come possono continuare a vivere nell’immagine presente. Undine (Paula Beer – i suoi occhi non si dimenticano) è laureata in Storia. Precaria a contratto presso il Märkisches Museum di Berlino, la donna spiega e illustra ai visitatori con l’aiuto di un plastico l’evoluzione di una città che, morta e risorta, conserva su diversi piani la propria coscienza. Architettura e Umanesimo, una fusione di percezioni e sensibilità disponibili a intromissione, fino al sogno e alla fiaba. Entriamo così nel mondo interno di Undine, femminile che si racconta. Immersa in un destino acquatico, lago in un bosco di vita altra, orizzonte occluso di un mito da risolvere, la donna piange fino alla fine il suo amore sfumato, lo misura con un altro, lo determina attingendo alla fermezza fiabesca di una tradizione che la fa vivere, emergere e tornare nel lago, in un giro di eternità consapevole quanto sostanzialmente inarticolabile. Il mito serve alla storia quanto la storia non serve al mito. Due uomini, Christoph (Franz Rogowski) e Johannes (Jacob Matschenz) sono figure di passione, incarnano amore e tradimento, misura d’equilibrio in-fondato (e disperato) nel cuore di Undine. Ma con lei vivere non si può, il lago chiama per la propria sopravvivenza, per il proprio egoismo. Il lago è sito del mito. La sostanza primaria, alla quale attinge Christian Petzold, regista tedesco da sempre immerso nei temi dell’identità storica e intima, morale e individuale (La scelta di Barbara 2012, Il segreto del suo volto 2014, La donna dello scrittore 2018), è nella fiaba utilizzata con grande successo nel 1811 dallo scrittore romantico Enrico Augusto de la Motte Fouqué, autore non estraneo all’alone di senso della saga dei Nibelunghi che piacque poi anche a Wagner. Petzold tratta la figura femminile con adeguata coscienza estetica, offrendo allo spettatore un contatto tematico liberato dai “doveri” narrativi della tradizione. Pur rispettoso di una pertinenza lineare del racconto, il film – saltando ad oggi dai primordi dei corti realizzati nel 1912 (Undine di Lucius Henderson  e Neptune’s Daughter di Theodore Wharton) – mette in scena una misteriosa presenza “acquatica”, perfetta in fantasia quanto dialetticamente funzionale in un discorso che non tradisce l’Undine-filosofia. Per dire, in fondo al lago non c’è da scoprire alcun essere straordinario vivibile da donna/ninfa. Christian Petzold non è Guillermo Del Toro, La forma dell’acqua (2017) non condiziona il sentimento di Undine, non ne determina il progetto di vita: qui il suo mistero non si rivela, è presente e non toglie nulla alla storia di una donna che sceglie la ragione della propria sofferenza. Semplicemente, per scegliere deve “uscire” dall’acqua e verificare alcune possibilità. Il film è il plastico della sua avventura, come di Berlino il plastico della città è l’impronta consistente (storica). Acqua, lago, bosco, tradimento. Ciascuno scelga il suo simbolo per il proprio mito. Un film difficile, attraente, da non affrontare “di petto”. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

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24 settembre 2020