La complessità del senso
22 01 2020

Hammamet

Hammamet
Regia Gianni Amelio, 2020
Sceneggiatura Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Fotografia Luan Amelio
Attori Pierfrancesco Favino, Federico Bergamaschi, Livia Rossi, Silvia Cohen, Luca Filippi, Claudia Gerini, Albnerto. Paradossi, Omero Antonutti, Giuseppe Cederna, Renato Carpentieri.

Con tutta la Tenerezza per l’autore, ma la “sofferenza” del protagonista in quella residenza nell’antica città romana sulla costa tunisina non ci ha procurato emozione. Abbiamo atteso, pazienti, sperando che i sentimenti che ci aveva lasciato l’ultimo lavoro di Gianni Amelio (2017) si riflettessero, in forma di cinema, anche su quest’ultima prova; abbiamo atteso fin quasi al sottofinale. Finalmente è apparso Renato Carpentieri e con un paio di gesti e occhiate da vecchio sapiente (si direbbe “democristiano”) ha stabilito un rapporto similvero con l’umanità. Ma presto s’è congedato dall’ospite ormai in fin di vita, la sua è stata poco più di un’apparizione. Dev’essersi trattato di un film con riferimento a una situazione politica italiana di fine secolo (scorso). Sotto le spoglie di un uomo “superbo, arrogante e cafone” – è la definizione esplicita pervenutaci dallo schermo – ci è parso di avvertire la presenza di Pierfrancesco Favino. Bravo bravissimo a non farsi vedere – ma ora, dopo anche Il traditore, indossi di nuovo i suoi panni. L’impressione è che Amelio abbia fatto un po’ troppo conto sull’effetto del mascheramento. Il regista parla di mimesi perché è un uomo colto. E gioca a farci indovinare l’identità vera delle figure in campo, nascondendone i nomi e sostituendoli con altri di comodo. Va bene. Allora diciamo che all’inizio vediamo il Presidente – sì, il Presidente – nel momento del trionfo congressuale, applauditissimo da una platea che egli mostra di non stimare. Parlotta in disparte con Vincenzo (Giuseppe Cederna), uno che sembra saperne di gestioni di danaro. È destinato alla scomparsa. Poi ci trasferiamo in Tunisia, dove il Presidente passa le giornate nella dimora custodita da guardie armate. Si direbbe che sia un latitante, ma è malato e nessuno verrà a prenderlo. Soffre e sbuffa. Si reca spesso a trovarlo Fausto (Luca Filippi), figlio di Vincenzo, giovane con lo zaino pieno (una telecamera e forse una pistola). Più tardi comparirà anche il figlio del Presidente (Alberto Paradossi), non molto presente giacché si sta dando da fare a Roma, per recuperare in positivo la figura del padre prima che se ne debba parlare da morto. C’è anche il nipotino, col cappello da garibaldino, gioca con i soldatini americani e carabinieri attorno a un aeroplano, a proposito del quale il nonno vince. Il carro armato inglese, invece, vero e arrugginito nel deserto, è tutta un’altra storia, però fa un certo effetto scenico. Le donne ci sono. La figlia del Presidente soprattutto, Anita (Livia Rossi), ma per quanto presente non incide nello sviluppo “drammatico” (le virgolette servono a non approfondire il concetto). Poi anche la moglie (Silvia Cohen), meno che mai. E infine, sorpresa: in una camera d’albergo accoglie la visita del Presidente, sfinito, e gli si butta addosso in ginocchio, l’amante (Claudia Gerini). In più, un giudice fantasma ha tormentato e induce all’ira il Presidente. Non si vede mai, dovremmo sapere noi chi egli sia? No, non si tratta, dice a chiare lettere Amelio, di un film politico. Se mai, sull’uomo politico che tutti dovremmo conoscere, se non altro per la location di riferimento da cui il titolo. “Comportamenti, stati d’animo, impulsi”. È ciò a cui punta l’opera. Anita, per esempio, come non pensare, nel suo rapporto col padre, alle figure della letteratura classica, a Elettra, a Cassandra, a Cornelia? E restando al film in quanto cinema, Amelio pensa a Là dove scende il fiume, a Le catene della colpa, a Secondo amore. A noi, con tutta la tenerezza, è sembrato un passo indietro, dalle emozioni dei film migliori (Colpire al cuore, Il ladro di bambini, Così ridevano, Le chiavi di casa, Il primo uomo, La tenerezza) verso un’inutile, mimesica obiettività. Nel Neorealismo antico, anche in De Seta, da cui partiva Amelio, c’è più umanità e più storia.

Franco Pecori

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9 gennaio 2020