La complessità del senso
22 08 2018

Tonya

I, Tonya
Regia Craig Gillespie, 2017
Sceneggiatura Steven Rogers
Fotografia Nicolas Karakatsanis
Attori Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney, Paul Walter Hauser, Julianne Nicholson, Bobby Cannavale, McKenna Grace, Caitlin Carver, Jason Davis, Cory Chapman, Anthony Reynolds, Ricky Russert, Lynne Ashe, Steve Wedan.
Premi Golden Globe e Oscar 2018: Allison Janney atrnp.

Lo sport e la figura, la persona e il mito, la prestazione e il valore simbolico, la sociologia, la psicologia, le comunicazioni di massa, la morale. Il sogno americano. La storia vera di Tonya Harding, pattinatrice su ghiaccio (Margot Robbie, la stessa di Suicide Squad e di Focus – Niente è come sembra), in un film che attinge alla “realtà” di un mondo, di un paese, di un modo di vivere e di pensare e ne restituisce il senso, la filosofia della storia e della contemporaneità, senza mai dirlo, senza mai abbandonare il dettaglio dei “fatti”, senza restare agganciato all’humor intrinseco nel dramma, alla forza spietata delle “cose”, ai destini segnati da un modo di sentire la vita, nella consapevolezza, miracolosamente lucida, delle contraddizioni insite nella Fiaba. Sempliciotto e profondo come il cinema classico americano. Ingenua la struttura “straniante”, con i personaggi che si rivolgono allo spettatore, raccontando i fatti con semplicità e suggerendo così di fare attenzione ai possibili significati secondi. Diretta e spiritosa la caratterizzazione – per Allison Janney, qualcosa di più di un ruolo da non-protagonista – di LaVona Golden, madre di ferro, rozza e implacabile forgiatrice di Tonya, bambina-figlia prodigio, ghiaccio su ghiaccio, gloria da sacrificio, riscatto sulla scala sociale, ignoranza scolastica meritevole di altri trionfi. Siamo nei fantastici anni Novanta, Reagan ecc. LaVona non sente storie, lascia che la piccola Tonya, 4 anni, se la faccia sotto sulla pista di ghiaccio: deve continuare a esercitarsi e a far vedere di quanto sia già la più brava. Un giorno, al più presto, dovrà fruttare. Tutta pattini e pista ghiacciata, la ragazza troverà anche un uomo, il quale sarà la sua rovina. Lo prende, lo lascia, lo sposa, si allontana, lo riprende, lotta con lui, se le danno di santa ragione, non riusciranno ad avere una vita normale. Lui, Jeff (Sebastian Stan), ha fatto il liceo, ma la nevrosi lo attanaglia, tanto da farlo restare in combutta con un amico (Paul Walter Hauser) grassone scemo mitomane di cui seguirà fatali consigli di comportamento. Lei, Tonya, pop fissata con i pattini e incazzatissima con le giurie perbeniste dalle quali non riesce ad avere il punteggio che merita (vale anche la “presentazione”, le viene risposto). Emerge uno stress progressivo, incarnato nel tessuto sociale e irrisolvibile con i mezzi soggettivi a disposizione. Il triplo axel, figura dello sport la più difficile e rischiosa nel pattinaggio su ghiaccio, non basta a pacificare i conflitti interni ed esterni che imprigionano Tonya, aggredita progressivamente dalla notorietà e dall’ambizione sportiva (il traguardo delle Olimpiadi). Qualcuno, di carne e di ossa umane, di essenza mito-socio-psichiatrica, penserà bene di intervenire contro la rivale in pattinaggio, Nancy Kerrigan (Caitlin Carver). E Tonya, schiacciata dal suo stesso grande sogno impossibile, finirà con l’identificarsi, fisicamente quanto simbolicamente, con il ring della sua vita. Dai volteggi su ghiaccio ai pugni sul quadrato, per campare nel paradiso perduto. Come non pensare a Lars e una ragazza tutta sua (secondo film di Craig Gillespie dopo Mr. Woodcock). Era il 2007 e la ragazza era di gomma. Fenomeni lontani, sembra, ma nevrosi non tanto contrastanti, in un contesto non del tutto dissimile.[Festa del Cinema di Roma 2017, Selezione Ufficiale]

Franco Pecori

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29 marzo 2018