La complessità del senso
23 06 2018

Solo: A Star Wars Story

Solo: A Star Wars Story
Regia Ron Howard, 2018
Sceneggiatura Lawrence Kasdan, Jon Kasdan
Fotografia Bradford Young
Attori Alden Ehrenreich, Donald Glover, Woody Harrelson, Joonas Suotamo, Emilia Clarke, Thandie Newton, Phoebe Waller-Bridge, Paul Bettany.

Passato e futuro, lontano e vicino, diacronia e sincronia, mito e mitologia, superficie e profondità, linguaggio e suo valore metaforico. Letture possibili. Troppo difficile? Ma avete provato a cercare in Wikipedia la voce Star Wars? Avete una settimana di tempo per studiarla bene. Calmi, è solo per dire che la guerra è “infinita” e se non vi va più di studiare quella di Troia, divertitevi pure a curiosare negli antefatti della galassia lontana lontana. Con qualche precauzione, però: l’immagine dell’Harrison Ford (lo Jan Solo adulto che richiamava alla mente Indiana Jones – no, pardon, l’Arca Perduta viene dopo, boh) rintracciato dal cinema durante il passaggio giovanile che, per solitudine generazionale e forse genetica, lo renderà pilota supervirtuosistico, forse non vi convincerà, delusi come potrete restare dal volto inespressivo di Alden Ehrenreich (Hobie Doyle in Ave, Cesare! ma non è colpa dei fratelli Cohen, la loro è un’altra storia). E allora non date retta ai prescrittori di poetiche. Gli attuali 3250 (circa) anni dal pelide Achille sono una bazzecola a fronte della distanza percepibile dai conflitti stellari. Il consiglio è di vedere tutto in contemporanea, a costo di piombare nell’improponibile ignoranza di un appassionato di cinema (marziano assoluto) il quale confondesse Le voyage dans la lune con Roma, città aperta, annullando così ben 43 anni di distanza e, magari aggiungendoli a quelli che lo separano dalla morte di Achille, si ritrovasse a considerare Georges Méliès come il più sincronicamente abbordabile tra i cinefantasticatori dell’era moderna. Dal che, sarebbe anche breve il passo tra i generi della Settima Arte. Noterete il cinturone completo di pistolone ai fianchi del giovane Solo e quel certo suo incedere non vi farà forse pensare a un John Wayne che dall’alto dei cieli dirigesse l’ennesima e ancor più magistrale sua interpretazione western, ormai senza tempo, a beneficio dei poveri di spirito che in quel tempo lontano furono di poca fede? Ron Howard, sinceramente, non può farci nulla: Apollo 13, A Beautiful Mind, Il codice Da Vinci sono altri miscugli. Il Western è il Western, il poker nel retro del saloon, il migliore dei contrabbandieri, il gangster che cerca l’equipaggio per un suo “lavoro”, il treno col carico prezioso da salvare, il lavoratore “in proprio”, scettico quanto moralmente “giusto” Tobias/Harrelson, il bivacco notturno col fuoco acceso, la corsa contro il tempo per salvare il bottino; e anche gli indiani/diseredati da difendere, perché no – “È il loro paese, siamo noi gli ostili”. Certo ci si muove alla velocità della luce, ma poi una bella doccia e via! il mondo – il mondo che rimane, passato e futuro sono suoi – è presente, unisce i generi in un unico racconto che mescola sceneggiature e sopporta spin-off. E le donne: Emilia Clarke è un’attraente Qi’ra, ma l’autonomo Tobias avverte di non fidarsi, nemmeno di lei, lui che palpita per il destino avverso di L3-37, adorata droide. Al dunque, dipende da cosa s’intenda per emozione. Se avete dubbi, domandate allo scimmione.

Franco Pecori

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23 maggio 2018