La complessità del senso
18 12 2017

7 psicopatici

Seven Psychopaths
Martin McDonagh, 2012
Fotografia Ben Davis
Colin Farrell, Christopher Walken, Olga Kurylenko, Tom Waits, Abbie Cornish, Sam Rockwell, Woody Harrelson, Helena Mattsson.

Se si parte dal primo film del regista, In Bruges – sottotilo italiano La coscienza dell’assassino – (2007), si può capire meglio con quale ottica il londinese (1970) di origini irlandesi Martin McDonagh, già famoso drammaturgo a 27 anni, continui a volgere lo sguardo al cinema. La costruzione dei personaggi e della trama si mostra in trasparenza mentre il film si fa, sul set e alla moviola, lo spettatore è messo esplicitamente a parte dei segreti dell’opera, del suo montaggio, e invitato a partecipare alla tessitura del senso, secondo un equilibrio, difficile ma perseguito e mantenuto con esemplare costanza, tra ideazione e realizzazione, non solo del progetto ma delle scene e del loro assemblaggio. I personaggi vivono dei dubbi e delle scelte stesse del loro autore, provano sentimenti, hanno intuizioni, si immedesimano in modelli che sono gli stessi che anche lo spettatore  conosce o di cui comunque ha avuto esperienza più o meno mediata, soprattuto cinematografica ma riferibile anche  alla vita “reale”. Un richiamo a Brecht sarebbe sbagliato: qui è proprio l’immedesimazione a farsi decisiva nella partecipazione  al senso, un’immedesimazione che si contraddice da sé – questa è la sua legge interna – mentre richiede al fruitore consapevolezza e condivisione delle scelte. In sostanza, siamo sul versante del riconoscimento. È così che può dare gusto il seguire il filo dei risvolti, dove trama e struttura narrativa mostrano senza ritegno la loro consustanzialità. Siamo nella cinefilia di nuova generazione, imprescindibile una coscienza del “pulp”. Il vecchio concetto di romanzo “polpettone”, dopo l’inventiva di Tarantino (1994), non basta più, altra è la consapevolezza con cui la manipolazione dei contenuti e delle forme espressive si realizza, il cannibalismo ha acquisito una sua “santità” i cui frutti, generosamente, mette a disposizione di “tutti” affinché la loro sostanza sia condivisa, possibilmente alla larga. E ogni filo ha la sua morale. Qui, per esempio, si potrebbe dire: «Mai rapire il cane di un assassino». L’amore per i cani, si sa, è diffusissimo e “profondo”, specialmente in America (ora anche da noi, sempre di più), quindi il massimo della cattiveria può essere rapire cani con lo scopo di intascare laute ricompense dalla restituzione. E ancora maggiore sarà la cattiveria se strada facendo s’incontrasse l’anziano Hans (Christopher Walken) la cui moglie malata è con un piede nella tomba. Il cane rapito appartiene a un gangster? Come minimo c’è da aspettarsi un colpo di pistolone alla testa. Orribile, ma non così semplice, aspettatevi una catena di risvolti e una crescita progressiva dell’orrore, utile non tanto al piacere di una fruizione sadica quanto al placarsi della sofferenza di un povero scrittore di sceneggiature in crisi di idee. Già, perché non stiamo parlando di un film “tratto da una storia vera”, ma di un vero film il cui svolgimento si rivela man mano seguendo la catena dei collegamenti e delle analogie, dietro al protagonista-buco-nero Marty (Colin Farrell), lo scrittore appunto in cerca di materiale per il suo film. La sceneggiatura tende a non crescere, con estrema attenzione e sofferenza per la stitichezza creativa Marty aggrotta le sopracciglia e guarda di traverso in cerca di ispirazione e dai suoi appunti cresce un elenco (parola strutturale, ne siamo coscienti) di psicopatici, il primo dei quali è perfino suo amico, è Billy (Sam Rockwell), rapitore di cani anch’egli, insieme a Hans. Senonché Billy commette l’errore di colpire la sensibilità del boss Charlie Costello (Woody Harrelson) – nome usuale degli ambienti di malavita -, al quale si spezza il cuore venendo a sapere che qualcuno gli ha portato via il suo graziosissimo Shitzu. E non siamo in un paese per scrittori. La storia non la possiamo raccontare, cadrebbe il discorso che abbiamo cercato di fare sul tipo di creatività di tale cinema. Insistiamo solo un po’ sulla chiave di lettura che ci sembra più corretta, dato che McDonagh non fa semplicemente del pulp, bensì ci chiama a stare con lui, a goderci la realizzazione dell’opera, un film che potrebbe anche essere pulp. E allora entriamo in una psicoterapia della cinepresa, a risolvere (tentare di) il connotato intellettuale per cui, mentre il pulp reclama “stupidità”, proprio il suo formato ne esibisce la struttura. C’è azione, violenza, sparatorie, sangue. E si può arrivare all’intensità. Zachariah, uno dei personaggi, con un coniglio bianco in braccio, promette spietate vendette e poi, a un punto culminante, si sente pronunciare l’associazione rivelatrice: «Stratificato, commovente». Fateci attenzione, coglietela.
Franco Pecori
Print Friendly

15 novembre 2012