La complessità del senso
01 12 2021

I’m Your Man

Ich bin dein Mensch
Regia Maria Schrader, 2021
Sceneggiatura Jan Schomburg, Mara Schrader
Fotografia Benedict Neuenfels
Attori Maren Eggert, Dan Stevens, Sandra Hüller, Hans Löw, Wolfgang Hübsch, Annika Meier, Falilou Seck, Jürgen Tarrach, Henriette Richter-Röhl, Monika Oschek.
Premi Berlino 2021: Orso d’Argento atr Maren Eggert.

Creato per lei, va dritto al traguardo provocando esitazione. Tom (Dan Stevens) è un robot, Alma (Maren Eggert) è una donna di scienza che accetta l’esperimento mettendosi in gioco. Ma guardinga. Sarà possibile che un essere artificiale, un uomo-macchina, possa soddisfarla in pieno, anima e corpo? Il tema è chiaro, la rappresentazione poggia su un piatto/commedia che, durante, chiederà a più riprese di essere riempito di sotanza nutriente, oltre lo stereotipo. Si rimane alla simpatia lieve. Tom si presenta bene, piace senza difficoltà. Il dubbio è se Alma riesca a sfondare la parete teorica e toccare con mano il realismo della finzione. Ologrammi dattorno. A tratti, splende la bravura dell’attrice, nell’equilibrarsi sul filo di una verità scientifica trasognata, in situaziooni “future” eppure, a vedersi, passate, oltre il confine dell’ovvio. Tom parte a tavoletta con un complimento alla “bella donna”, lei controbatte micidiale: “Tu credi in Dio?”. Sarebbe tutto qui, se non avvertissimo l’assenza di swing. La macchina non può averne né esprimerne. La sua perfezione è imitazione. Progettuale, Tom esaurisce il proprio successo al confine dell’emozioone. Non gli è concesso altro se non la perfezione di sé. Il rapporto con la donna è definito in partenza. Non c’è da aspettarsi altro. Alma: “C’è un abisso tra noi”. Nonostante tutto. Ed è qui la bravura di Maren Eggert, nel tenere in sospeso – lei può, lei non è un robot – la qualità della carica, il respiro del rischio. Non si sa – non si deve sapere? – se augurarsi o soltanto attendersi un mondo senza conflittualità, senza medaglie a due facce. Una specie di Grande Fratello tecnologico, con rispetto parlando. Algoritmo da respirare, da digerire. Sulla regia, niente di sorprendente. Sceneggiatrice e attrirce già matura (il primo film è del 1991, I Was on Mars), la tedesca Maria Schrader è alla terza prova dietro la cinepresa (Vor der Morgenröte – Stefan Zweig in Amerika, Locarno 2016 – Unorthodox, serie tv 2020). Tutto è nitido, geometrico finto come la vita finta. Parola difficile. Ma si resta calmi, anche durante l’approccio sessuale. A tratti anche si sorride sulle conseguenze della felicità integrativa. Algoritmo felice, un uomo (?) per la vita di Alma.

Franco Pecori

 

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14 ottobre 2021