La complessità del senso
22 08 2017

Turner

film_turnerMr. Turner
Regia Mike Leigh, 2014
Sceneggiatura Mike Leigh
Fotografia Dick Pope
Attori Timothy Spall, Paul Jesson, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Jamie Thomas King, Lesley Manville, Martin Savage, Joshua McGuire, Ruth Sheen, David Horovitch, Karl Johnson, Sandy Foster, Amy Dawson, Richard Bremmer, Niall Buggy, Fred Pearson, Tom Edden, Mark Stanley.
Premi Cannes 2014, concorso: Timothy Spall attore.

Visione e cognizione. In una sequenza del sottofinale, la vecchia nave inglese, “The Fighting Temeraire”, già gloriosa protagonista nella battaglia di Trafalgar (1806), è avviata alla demolizione. Col suo legno si faranno tavoli, sedie e tanti altri oggetti utili. Al pittore romantico londinese William Turner, anch’egli sul limitare della vita (1775-1851), non sfugge l’occasione di fissare il momento su tela. Il suo quadro rifletterà la coscienza del tempo che se ne va, una tecnica, una sostanza, una cultura, un modo di stare al mondo, e nello stesso tempo la tensione verso un futuro che potrà essere migliore. Le opere che Turner espone annualmente alla Royal Academy of Arts registrano l’importanza del cambiamento, fissano un passaggio del treno, un ritratto realizzato con il nuovo metodo del dagherrotipo e, soprattutto, rendono l’idea dell’impressione provata dall’artista nel contatto visionario con il reale. Il disegno passa in secondo grado mentre l’istanza del vedere si fa furiosa, all’assalto di un’immediatezza necessaria, l’approssimazione detta legge alla forma in nome di una verità soggettiva. L’attenzione di Turner è sempre in agguato, pronta a cogliere il guizzo di un colore, di una luce («Il sole è Dio»), la sfumatura di un atto prevalentemente artigianale. Il pittore arriva a farsi legare all’albero di una nave per registrare sul proprio corpo l’impressione della tempesta in atto. La Regina Vittoria non apprezza, eppure Turner rinuncerà a centomila sterline offertegli da un milionario fabbricante di pennini per l’intera collezione dei suoi quadri, opere che invece l’autore vuole lasciare in eredità alla Patria. Il regista britannico Mike Leigh (Naked 1994, Segreti e bugie 1996, Il segreto di Vera Drake 2004, Another Year 2010), in continuità con la propria speciale poetica trasgressiva, volge l’obbiettivo verso un artista “visionario e lungimirante”, il quale mette in gioco tutto se stesso, la propria esistenza sofferta e diseguale, nella continua scommessa di tener dietro all’impulso che gli ordina di tralasciare e decostruire il dettato della tradizione accademica per rispondere alla propria coscienza, di uomo che vive il suo tempo e ne comprende le implicazioni, i possibili avanzamenti. Turner non è un filosofo né un professore, ovvio. La sua contraddizione è profonda e sofferta sulla propria carne, assecondata istintivamente in un contesto – tra i due secoli, dei lumi e delle passioni –  in cui si avvertono i segnali del cambio epocale e in cui si sente il contrasto delle pulsioni. Turner non è un intellettuale, dipinge come mangia e come il suo corpo gli detta, così sembra. Le sue movenze sono goffe, attaccato all’esperienza paterna, di semplice barbiere e poi aiutante del figlio nello studio d’artista, cerca l’amore senza esprimere sentimento, con la governante Hannah (Dorothy Atkinson), la quale ne soffre fino a restare segnata da una psoriasi che la devasta, e con Sophia Booth (Marion Bailey), già vedova due volte, la quale lo ospita nella sua casa in riva al Tamigi e lo assiste fino alla fine, quando malato di cuore non si rassegna all’inattività. Leigh, come già in Another Year, riesce nel miracolo di fare della cinepresa un attrezzo discreto eppure essenziale, nascondendo la tecnica e asservendola alla costruzione “silenziosa” della forma. La pittura di William Turner s’impone come visione del mondo e scaturisce dal corpo di Timothy Spall (grande prestazione d’attore) quasi-direttamente illuminando lo schermo degli stessi colori e tratti delle tele. E ciò che cinematograficamente di più conta, resta essenziale l’apporto del film nel trasferimento insensibile dell’osservatore dal mondo del terzo Millennio al vissuto quasi-concreto degli anni a cavallo tra i Sette-Ottocento precedenti. Nessuna sensazione di artificio né di fastidiosa sovrapposizione, come succede spesso in opere in costume. Dal che si rafforza il senso di interna dipendenza, operativa ed essenziale, tra visione e cognizione, profilmica e filmica. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.]

Franco Pecori

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29 gennaio 2015