La complessità del senso
22 10 2019

Stanlio e Ollio

Stan & Ollie
Regia Jon S. Baird, 2018
Sceneggiatura Jeff Pope, Steve Coogan
Fotografia Laurie Rose
Attori Steve Coogan, John C. Reilly, Shirley Henderson, Danny Huston, Nina Arianda, Rufus Jones, Susy Kane, Joseph Balderrama, Stephanie Hyam.

Tratto da una storia vera? No, il contrario: Stan Laurel e Oliver Hardy prendono vita da una finzione astratta, simbolica, compiuta nell’immaginario di milioni di spettatori passati e presenti che l’hanno configurata nei decenni, dai tempi del cinema ancora muto fino alla metà del secolo scorso, quando ormai gareggiavano per l’Oscar registi come Robert Rossen (vincitore nel ’50 con Tutti gli uomini del re), William Wyler, Joseph L. Mankiewicz. Nel ’49 Laurence Olivier aveva realizzato il suo Amleto, nel ’52 uscivano Un americano a Parigi di Vincente Minnelli e Quo Vadis di Mervyn Le Roy. Nel ’54, Fronte del porto di Elia Kazan. E il cinema comico non era certo da meno, con Buster Keaton e Charlie Chaplin. Il miracolo di Laurel e Hardy fu davvero speciale, pur essendo due personaggi in carne ed ossa – nel senso proprio della parola! -, la loro presenza sullo schermo rimandava a una dimensione assurda, di una realtà tanto improbabile quanto comune, con scene scaturite prevalentemente da una catena di conseguenze formali più che di stretta referenzialità. Il duo proponeva un modello quasi assoluto di “probabile improbabilità”, di fronte al quale lo spettatore poteva sentirsi libero da responsabilità analogica e insieme partecipe di una gratificante libertà d’errore, riferibile alla vita quotidiana. La chiave che rendeva possibile tale intrigo era nella semplice parola: disinvoltura. I due comici se la sbrigavano, nelle situazioni anche le più complicate, con tutta disinvoltura; esibivano una sorta di disimpegno “incosciente” praticato con destrezza e con merito paradossale, un merito che non andava a loro stessi bensì allo spettatore, disimpegnato quanto fosse. Il film “biografico” di Jon S. Baird può avere la funzione, non tanto di rinfrescarci la memoria su “vita e opere” di Stanlio e Ollio, bensì di ripresentarci “in vivo” le ragioni di un successo che può ancora riguardarci. La principale di tali ragioni è nella dedizione al lavoro, nella serietà dell’impegno professionale e nell’accettazione di un destino che volle unire in coppia i due attori, attribuendo loro una vita su schermo, un respiro sul set. Stan e Oliver non fecero coppia nella vita “reale”, o molto meno di quel che si immaginasse. Ma, come si vede nel film – bravissimi nei due ruoli Steve Coogan e John C. Reilly, non semplici imitatori -, finirono per volersi bene proprio seguendo gli impulsi provenienti dal lavoro che li costringeva a restare l’uno accanto all’altro. Diversi nella figura e nel carattere, si completarono in un unico modo di rappresentare la loro esperienza intima, indescrivibile se non negli atti della finzione. Jon S. Baird propone di seguire la parte finale della vicenda, quando le difficoltà sopraggiunte con il cambio d’epoca suggerirono una tournée teatrale in Gran Bretagna. Era il 1953, A 16 anni dall’ultimo successo (I fanciulli del West), si pensava che gli applausi da riscuotere in carne ed ossa  avrebbero potuto facilitare il finanziamento di un nuovo film, sulla figura di Robin Hood, per il ritorno della coppia comica sullo schermo. La fase critica ha un senso per la vita vissuta dei due attori. Oliver Hardy lo dice chiaro e tondo: “Stiamo imparando a conoscerci di nuovo”. Mentre il pubblico comincia ormai a preferire la Tv, e al cinema trionfano Gianni e Pinotto, a Stanlio e Ollio non resta che uscire dallo schermo e misurarsi con la propria consistenza umana. Hanno avuto a che dire, faranno pace. La visita introspettiva proposta dal bel film targato British Broadcasting Corporation colpisce per la sensibilità con cui il regista rappresenta una fase così delicata tra i due personaggi “veri”. Eppure, rimane più interessante la riflessione critica che il film suggerisce implicitamente, sulla distanza tra linguaggio e realtà, vissuta dai comici nel loro viaggio astratto, intriso di saggia “innocenza”. Si tratta, al passaggio del millennio, di  un possibile avvertimento di rilevanza tutt’altro che superficiale. Mentre risuonano nella memoria le voci dei grandi attori/doppiatori italiani nei panni di Stanlio e Ollio – Carlo Cassola e Paolo Canali, Mauro Zambuto e Alberto Sordi, Fiorenzo Fiorentini e Carlo Croccolo, Elio Pandolfi e Pino Locchi – ci è difficile non estrarre dal periodo storico dei loro trionfi (soprattutto gli anni Trenta) un senso più generale di inadeguatezza proprio di quella realtà rispetto alla dimensione dialettica di “filmetti” così innocenti. [Festa del Cinema di Roma, Selezione Ufficiale]

Franco Pecori

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1 maggio 2019