La complessità del senso
29 06 2017

Un sapore di ruggine e ossa

De rouille et d’os
Jacques Audiard, 2012
Fotografia Stephane Fontaine
Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts, Armand Verdure, Céline Sallette, Corinne Masiero, Bouli Lanners, Jean-Michel Correia.
Cannes 2012, concorso.

«Continuiamo, ma non come due animali», sono le parole di Stephanie (Marion Cotillard – Nemico pubblico 2009, Inception 2010, Midnight in Paris 2011), provenienti dal cuore, verso Ali (Matthias Schoenaerts – Pulsar 2010, Rundskop 2011 non usciti in Italia), l’uomo che le presta il proprio corpo per la soddisfazione dell’appetito sessuale. La situazione però non è semplice e non lo è stata fin dall’inizio. Cinico in superficie, Ali, buttafuori in una discoteca piuttosto movimentata, è stato attratto dalla donna in seguito a una rissa nel locale. Malconcia, tutt’altro che sobria, Stephanie ha accettato di farsi accompagnare a casa e ci siamo resi conto della fragilità – diciamo così – dei suoi rapporti col marito. L’impressione sarà poi suffragata dalla sincerità con cui la stessa protagonista confesserà ad Ali un certo suo gusto per la seduzione. Il quadro di quella sensualità femminile è completato dal lavoro di Stephanie, abile addestratrice di orche in un parco acquatico. Purtroppo quel lavoro le procura anche un drammatico incidente facendola rimanere con le gambe mutilate dalle ginocchia in giù. Dopo lo choc iniziale, Stephanie cerca di riavviare una vita “normale” e quando Ali la rivede comincia a frequentarla come “amica”, confessandole anche la disinvoltura con cui frequenta episodicamente altre donne. E per l’appunto, se Stephanie vorrà, potrà “usufruire” di lui. Non sarà semplice. Il fatto è che l’uomo ha una vita piuttosto complicata, non è tipo da lavoro fisso, si arrangia come può. Va a stare dalla sorella Anna portandosi dietro il figlio di 5 anni, Sam (Armand Verdure) e, assecondando la propria passione per la boxe, accetta di combattere in scontri selvaggi gestiti in strada da un trafficante nelle scommesse clandestine. Stephanie lo segue, sottilmente affascinata – si direbbe – dalla violenza di quegli scontri bestiali e ormai presa dalla vicinanza di Ali. Dovranno poi separarsi e verrà il momento culminante di quel loro amore non dichiarato, fisico e sotterraneo ma irresistibile. Ali, in gita sulla neve con Sam, rischia di perdere il bambino e, mentre tenta di salvarlo, si frattura le mani. Ora l’uomo, rude e passionale, sente di essere solo e prega Stephanie piangendo al telefono: «Non mi lasciare». Sul filo di un romanticismo “realistico” e perfino impietoso, il parigino Jacques Audriard conferma la propria cifra creativa già consolidata nel precedente Il profeta (2009), Grand Prix a Cannes e premiatissimo ai César. Qui l’ispirazione viene dai racconti di Craig Davidson (Ruggine e ossa, Einaudi) e si sviluppa sul versante di una “docufiction passionale” che accetta il rischio del “facile” – la mutilazione di Stephanie (bravissima Marion Cotillard a non far pesare quello che avrebbe potuto essere un eccedente vantaggio espressivo) – mettendo in gioco la fisicità di un amore, registrata quasi crudelmente nella sua linea “bassa”. I personaggi, i quali pure sembrano a tratti voler spiccare il volo, sono mantenuti “a terra”, a fare i conti con la propria esistenza dolorosa e sfrontata, come il loro destino comanda. La fotografia di Stephane Fontaine asseconda il modo con un tratto al limite dello stile “sporco”, con l’obbiettivo spesso nonchalant verso la luce del sole. Il montaggio (Juliette Welfling) taglia le scene “senza pietà”, rispettando la franchezza della non-scrittura.

Franco Pecori

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4 ottobre 2012