La complessità del senso
21 05 2024

Il giardino delle vergini suicide

The Virgin Suicides
Regia Sofia Coppola, 1999
Sceneggiatura Sofia Coppola
Fotografia Edward Lachman
Attori James Woods, Kathleen Turner, Kiesten Dunst, Josh Hartnett, A.J. Cook, Hanna Hall, Leslie Hayman, Chelsea Swain, Anthony Desimone, Lee Kagan, Robert Schwartzman, Noah Shebib, Jonathan Tucker, Michael Pare, Scott Glenn, Danny Devito. Narratore: Giovanni Ribisi.

L’esordio alla regia di Sofia Coppola, visto oggi (prima uscita italiana 15.9.200), è ancora un invito a riflettere sulle ragioni culturali e sociopolitiche del drammatico trapasso d’epoca, con l’inadeguata risposta della visione conservatrice americana alle conseguenze dell’esplosione sessantottina. Detroit, 1974. Ville a schiera, giardini ben curati, giovani studenti destinati a Yale, festicciole casalinghe alla presenza dei genitori, sballi “innocenti”, elezione di reginetta e re della serata, prime uscite in macchina con relative affettuosità. Coppola padre ha da poco scolpito per i posteri il monumento al Padrino (1972); la figlia, nata a New York nel ’71, prova, con sensibile partecipazione, a misurare la Distanza mitologica, adattando per lo schermo il romanzo di Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide. Il filo del racconto è tenuto da Michael Pare, nella parte di Trip (Josh Hartnett), ora adulto, il “bello” della compagnia di studenti, il quale ricorda la triste vicenda vissuta negli anni della scuola. La famiglia Lisbon è il quadro dei fatti. Ronald (James Woods), professore di matematica, scimunito nel modellismo e nel football, e sua moglie, casalinga molto osservante del perbenismo religioso, hanno cinque figlie belle, tutte in età scolare: Cecilia (Hanna Hall) ha 13 anni, Lux (Kiesten Dunst) 14, Bonnie (Chelsea Swain) 15, Mary (A.J. Cook) 16, Therese (Leslie Hayman) 17.  Tenute “al riparo” dai pericoli del vivere, le ragazze non frequentano amicizie, tra scuola e casa vivono sognando il mondo che non conoscono, ascoltando al massimo il rock negli lp. Improvvisamente, Cecilia si taglia i polsi con un santino. Lo psicologo consiglia almeno un po’ di vita. La mamma organizza una festicciola in casa. L’irresistibile Trip ci prova con Lux, Cecilia non regge. Dopo qualche uscita, miracolosamente concessa, ad una “trasgressione” di troppo, la signora Lisbon, marito non più che consenziente, segrega tutte le figlie in casa. Qui il passaggio estetico (se non si intende per Estetica la filosofia del Bello) centrale del film. Senza “dire”, la Coppola fa della Distanza il tema portante. Clausura forzosa e colori impressionistici, cadenza riflessiva del montaggio, scelta intimistica dei piani, offrono il senso, sensuale e filosofico, di una prigionia follevolmente colpevole, produttiva – sarà intuibile – di disfunzioni presenti e future. Lux traduce lo “sfortunato” esito (vedremo) del flirt con Trip in uno sfrenato “risarcimento” sessuale, consumato sul tetto di casa (i ragazzi spiano da lontano col telescopio); e non passerà molto dalla decisione collettiva delle giovani sorelle, di un ultimo appuntamento in casa con i ragazzi, invitati alla tristissima “sorpresa” finale. “C’era tutto l’amore necessario nella nostra casa, non ho mai capito il perché”, commenterà la madre lasciando l’abitazione posta in vendita. E la voce di Trip adulto chiude con struggente sarcasmo: “Dopo aver offerto suicidi a tutti, i signori Lisbon rinunciarono ad avere una vita normale”. A distanza di soli tre anni uscirà, nel 2003, Lost in Translation, confermando in profondità l’attenzione della regista verso i disagi delle “Distanze” incombenti.

Franco Pecori

Print Friendly, PDF & Email

6 Maggio 2024