Strade perdute
Lost Highway
Regia David Lynch 1997
Sceneggiatura David Lynch, Barry Gifford
Fotografia Peter Deming
Attori: Bill Pullman, Patricia Arquette, Balthazar Getty, Robert Blake, Natasha Gregson Wagner, Giovanni Ribisi, John Roselius, Louis Eppolito, Michael Massee, Henry Rollins, Michael Shamus Wiles, Ivory Ocean, Jack Kehler, David Byrd, Gene Ross, Marilyn Manson, F. William Parker, Al Garret, Leslie Bega, Heather Stephens, Robert Loggia, Lisa Boyle, Lucy Butler, Richard Pryor, Gary Busey, Scott Coffey.
Los Angeles. Le strade del titolo non sono quelle da percorrere a piedi o con un mezzo di trasporto. Sono, soprattutto, i criteri in base ai quali distinguere “fantasia” da “realtà”, pertinenza da circostanza e proprietà tecnico espressiva del mezzo Cinema. Se il cinema è linguaggio, e lo è, Godard nel 2014 lancerà un bel macigno già con lo stesso titolo del suo film: Adieu au langage, Addio al linguaggio: dopo 17 anni dalla perdita di orientamento del senso, segnata qui in Lost Highway, da Lynch, magari con altri intenti e non tanto con la scansione di una trama composita e disorientante quanto con la rimessa in gioco, anche teoreticamente definita, della coerenza “tradizionale” dell’espressione, dell’espressività di genere rispetto alla struttura tradizionale/convenzionale del “racconto” (narrare/narrato). A un decennio dalla scioccante uscita godardiana, il ritorno sul grande schermo del film dell’autore di Mulholland drive (premiato a Cannes 2001 per la regia) sottolinea il persistere della pertinenza critico/teoretica della questione del senso da dare al problema del realismo cinematografico. Hitchcock permettendo (Spellbound/Io ti salverò 1945, Vertigo/La donna che visse due volte 1958, Psico 1960), David Lynch, americano/finlandese (niente cowboy), provoca lo spettatore con un gioco di trasferimenti interni, raccontati attraverso un paradosso realistico, “gioco” espressivo che il cinema permette grazie all’elemento strutturale/essenziale, detto schermo. Fred (Pullman) soffia jazz moderno nel suo sax tenore, rifugiandosi spesso nella sua casa appartata e lussuosa. È epoca di videocassette (oggi sarebbero magari video nel cellulare), per caso molto “strano”, un paio ne arrivano in busta da mittente anonimo. Il contenuto è scioccante: Fred e Renée (Arquette), sua moglie, dormono a letto. La polizia indaga, ma niente. La coppia partecipa a una festa movimentata, tra i molti tipi ve n’è uno particolarmente strano (Ribisi). Altra cassetta: Fred è accanto a Renée morta, trucidata. Il “realismo” lindo e pinto delle scene, anche di sesso, non fa presagire uno svolgimento che invece sarà molto interno/interiore. Fred, incarcerato, “diviene” Pete (Getty), giovane meccanico, progressivamente coinvolto in una truce, tenera, grossolana storia di sesso con Alice (la stessa Arquette!), ragazza del boss (Ippolito), ecc. Personaggi “di genere” (come tutti noi?). Pete tornerà ad essere Fred, ma inseguito dalla polizia in una “fuga” prevedibilmente “non-finita”. Chiusura e apertura del cinema, dei suoi generi, conduttori di “realtà” non-finita se non in funzione di tecnologia evolutiva e convenzionalmente “realistica”, progressiva, “in fuga” da se stessa e in commistione col “Vero”.
Franco Pecori
13 Ottobre 2025