La complessità del senso
14 06 2024

Io capitano

Io Capitano
Regia Matteo Garrone 2023
Sceneggiatura Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Massimo Ceccherini, Andrea Tagliaferri
Fotografia Paolo Carnera
Attori Seydou Sarr, Moustapha Fall
Premi Venezia 2023 concorso: Leone d’Argento Regia, Seydou Sarr Premio Mastroianni, Premio Pasinetti. David 2024: Film, Regia, Fotografia.

Sembrava così lontano… Il viaggio di Seydou (Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall), cugini sedicenni, da Dakar (Senegal) verso l’Europa attraverso il deserto e il mare, negli orrori del trasferimento (rapine, prigionia, torture), sembrava non essere più un problema storico, tanto mistificatoria è stata ed è la visione politica del tracciato imposto dagli “incidenti”, sostitutivi della riflessione e della progettualità. Si parla di Collodi, ma non ce ne importa di Pinocchio, non più di tanto. Perché, allora, non il Mar Rosso biblico? O la Bella abissina nell’ora che s’avvicina? Seydou e Moussa sono due giovani africani di oggi che non hanno bisogno di aloni rigenerativi: come Paisà non aveva chiesto un appoggio per un Domani, né alcun futuro aggiornamento “neorealistico”. Non cerchiamo immedesimazione con l’autore, il quale – immaginiamo – non avrà anelato, ad ogni ciak, ad alcuna garanzia metaforica, e neanche più direttamente analogica – così per Io capitano come per ciascun film/cinema di Garrone, la cui valenza estetica (non diciamo “Bellezza”) è sempre stata un senso di fiducia e comprensione verso i materiali, storici, figurativi, prospettici, critici: il cinema/film come qualcosa di non-naturale, bensì distante dal Vero di quel tanto (espressivo) da doverne parlare a ragion veduta (vista, sguardo). Se Neorealismo diviene Verità, l’obiettivo della cinepresa rischia di brutto, si tuffa nella ripetizione. Siamo distanti, per fortuna: dalla Verità e anche dalla fiaba. Qui la fiaba è documento, il documento è fiaba. Il viaggio della nuova Africa, pur drammaticamente avventuroso, è lineare, implacabilmente allusivo verso se stesso, si nega mentre si racconta (le ellissi e le analogie del montaggio), si conferma nella prospettiva tracciata dai resti umani che il giovane si lascia alle spalle, si aggiorna nella prigione e nelle torture, nell’acquisto di una cosciente responsabilità: non certo insensibile alla memoria primaria (il dolore che il figlio ha dato alla madre andandosene alla ventura), Seydou si fa Capitano. E forse non v’era nemmeno la necessità di farne il titolo del film: Capitano è già il film, capitano viene fatto e si fa, una barca gremita di corpi/persone verso le coste italiane, di notte, timone a un ragazzo che non sa nemmeno nuotare. La linearità fiabesca del narrare segna con trasparenza la simbiosi del tracciato estetico con la forma del contenuto, lo schermo ci porta oltre e dentro la valenza del narrato, l’immagine impone la sua “naturalezza”, il suono (parlato, rumore, musica) propone nuova familiarità del vivere. Aria di Oscar? Vedremo. Intanto, giusta fiducia veneziana.

Franco Pecori

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7 Settembre 2023