Io capitano
Io Capitano
Regia Matteo Garrone 2023
Sceneggiatura Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Massimo Ceccherini, Andrea Tagliaferri
Fotografia Paolo Carnera
Attori Seydou Sarr, Moustapha Fall
Premi Venezia 2023 concorso: Leone d’Argento Regia, Seydou Sarr Premio Mastroianni, Premio Pasinetti. David 2024: Film, Regia, Fotografia.
Sembrava così lontano… Il viaggio di Seydou (Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall), cugini sedicenni, da Dakar (Senegal) verso l’Europa attraverso il deserto e il mare, negli orrori del trasferimento (rapine, prigionia, torture), sembrava non essere più un problema storico, tanto mistificatoria è stata ed è la visione politica del tracciato imposto dagli “incidenti”, sostitutivi della riflessione e della progettualità. Si parla di Collodi, ma non ce ne importa di Pinocchio, non più di tanto. Perché, allora, non il Mar Rosso biblico? O la Bella abissina nell’ora che s’avvicina? Seydou e Moussa sono due giovani africani di oggi che non hanno bisogno di aloni rigenerativi: come Paisà non aveva chiesto un appoggio per un Domani, né alcun futuro aggiornamento “neorealistico”. Non cerchiamo immedesimazione con l’autore, il quale – immaginiamo – non avrà anelato, ad ogni ciak, ad alcuna garanzia metaforica, e neanche più direttamente analogica – così per Io capitano come per ciascun film/cinema di Garrone, la cui valenza estetica (non diciamo “Bellezza”) è sempre stata un senso di fiducia e comprensione verso i materiali, storici, figurativi, prospettici, critici: il cinema/film come qualcosa di non-naturale, bensì distante dal Vero di quel tanto (espressivo) da doverne parlare a ragion veduta (vista, sguardo). Se Neorealismo diviene Verità, l’obiettivo della cinepresa rischia di brutto, si tuffa nella ripetizione. Siamo distanti, per fortuna: dalla Verità e anche dalla fiaba. Qui la fiaba è documento, il documento è fiaba. Il viaggio della nuova Africa, pur drammaticamente avventuroso, è lineare, implacabilmente allusivo verso se stesso, si nega mentre si racconta (le ellissi e le analogie del montaggio), si conferma nella prospettiva tracciata dai resti umani che il giovane si lascia alle spalle, si aggiorna nella prigione e nelle torture, nell’acquisto di una cosciente responsabilità: non certo insensibile alla memoria primaria (il dolore che il figlio ha dato alla madre andandosene alla ventura), Seydou si fa Capitano. E forse non v’era nemmeno la necessità di farne il titolo del film: Capitano è già il film, capitano viene fatto e si fa, una barca gremita di corpi/persone verso le coste italiane, di notte, timone a un ragazzo che non sa nemmeno nuotare. La linearità fiabesca del narrare segna con trasparenza la simbiosi del tracciato estetico con la forma del contenuto, lo schermo ci porta oltre e dentro la valenza del narrato, l’immagine impone la sua “naturalezza”, il suono (parlato, rumore, musica) propone nuova familiarità del vivere. Aria di Oscar? Vedremo. Intanto, giusta fiducia veneziana.
Franco Pecori
7 Settembre 2023