La complessità del senso
16 10 2018

Ready Player One

Ready Player One
Regia Steven Spielberg, 2018
Sceneggiatura Zak Penn, Ernest Cline
Fotografia Janusz Kaminski
Attori Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn, T.J. Miller, Simon Pegg, Mark Rylance, Hannah John-Kamen, Win Morisaki, Daniel Tuite, Philip Zhao, Rona Morison, Raed Abbas.

Ecco la moto rossa del manga Akira, ecco la macchina DeLorean che ritorna in mente. Caro Zemeckis, sono passati più di 30 anni e non siamo più gli stessi. Spielberg lo sa bene e sa bene che anche il ritorno di E.T. a casa è un sogno eterno, un’idea base, un anelito di pace, un gioco consolatorio di fratellanza. Non se ne può fare a meno, specialmente ora, “dopo che la gente non risolve più i problemi e si limita a tirare avanti”. Una casa ci vuole, a costo di costruirla con un programma di Realtà Virtuale. È il 2045, come fosse oggi. Qui troppa gente, aria irrespirabile, decadimento di vecchi oggetti e forme di vita costrittive: andiamo nell’Oasis, staremo bene, saremo noi stessi e altri, avatar. Tutto sarà facile e meraviglioso. Non dobbiamo nemmeno sforzarci minimamente, è già fatto, ci ha pensato James Donovan Halliday (Mark Rylance – Il ponte delle spie), programmatore sapiente. Halliday si è pure posto il problema del seguito. La sua Oasis vale miliardi di dollari (il dollaro è sempre il dollaro, anche se E.T. non ci aveva pensato), a chi la lascerà in eredità? La sapienza virtual prospettica suggerisce un gioco. Questa volta non è “di fame” (hunger). Qualcuno, tempo fa, si figurò una partita a scacchi per lasciare che un certo Antonius facesse la sua scommessa, ma era un altro cinema. Ora la scelta più giusta sembra una caccia al tesoro, il Sigillo sarà un Uovo di Pasqua informatico nascosto in giardino, un Easter Egg per impossessarsi del quale si dovrà essere molto competenti e bravi a muoversi nella realtà di Oasis. È una storia che viene da lontano, oh il vecchio Steve Wright, programmatore di Atari! Ma per il diciottenne Wade Owen Watts (Tye Sheridan – The Tree of Life) non sarà un’impresa impossibile. Attenzione però a certi condizionamenti che pure esistono nella virtualità, i “centri fedeltà”, per esempio. Bisognerà bannarli. Il resto, King Kong, Mechagodzilla, saranno poco più che degli esercizi da ragazzi, soprassalti della memoria (la musica aiuta, Bee Gees, Duran Duran, Eurythmics e Bruce Springsteen compresi), non potranno che far bene alla fantasia. Pietra tombale sul recupero dei Favolosi Anni Sessanta, ora il ripasso è sugli Ottanta. Così pure può far bene alla salute, oggi, un pensiero a Shining, quando si giocava sul serio. Ovvio che vi sia posto anche per una cybercotta, ci mancherebbe. Non sarà tanto facile risolverla perché passare al reale riserva incognite: “Non sai niente di me”, dice Art3mis/Samantha (Olivia Cooke – The Signal)) a Wade. Ma al dunque, i nodi si sciolgono, Wade e il suo gruppo di Sfavoriti, i gunter (egg hunter), vincono la gara, la chiave giusta si infila nel buco giusto, i concorrenti cattivi della IOI (Innovative Online Industries), capeggiati da Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn), non potranno placare la loro malvagia fame di virtuale. Questo il succo, ma certo lo spettacolo va visto, è parte essenziale del film. E il film è di Steven Spielberg, autore nella sua piena e matura energia espressiva e filosofica. Nessuna  frustrazione fantasmagorica. Fuori dal solito piccolo moralismo sul già consunto tema del virtuale e del reale rivolto alle generazioni sofferenti di analfabetismo funzionale e colpite da conseguente stress da incombente alienazione – ci corre un brivido al pensiero di Perfetti sconosciuti o di Sconnessi -, il regista si rivolge invece ai giovani i quali praticano con disinvoltura la nuova dimensione tecnologica. Mostra loro la propria coscienza storica, rispetta la letteratura (il film è tratto dal romanzo di Ernest Cline) fino al Medioevo (Wade è anche il proprio avatar Parzival, ragazzo in formazione) e, senza nemmeno darlo a vedere, il regista porta le immagini e il montaggio nella fertilità: il discorso di (meta) linguaggio, dimensione propria e irrinunciabile nella dialettica reale/virtuale. Meglio che si sappia: meta, metafora, metafisica… Senza discorso, quale realtà?

Franco Pecori

 

 

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28 marzo 2018