La complessità del senso
22 10 2019

Cafarnao – Caos e miracoli

Capharnaüm
Regia Nadine Labaki, 2018
Sceneggiatura  Nadine Labaki, Jihad Hojeily, Michelle Kesrouani, Georges Khabbaz.
Fotografia Christophger Aoun
Attori Zain Al Rafeea, Yordanos Shiferaw, Boluwatife Treasure Bankole, Kawthar Al Haddad, Fadi Kamel Youssef, Haita Izam, Alaa Chouchnieh, Nadine Labaki
Premi Cannes 2018: Prix du Jury e Fipresci.

Beirut oggi. Cafarnao è in origine il nome di una città della Galilea, ma la parola è divenuta sinonimo si confusione: “un cafarnao” è “un gran caos”. Rispetto al film, il sottotitolo italiano, Caos e miracoli, rischia di suggerire il trasferimento del senso verso una situazione meno storica, aperta a soluzioni meno radicate nelle responsabilità che hanno portato al quadro di vita ben rappresentato dalla regista. Nadine Labaki, libanese, dichiara di aver fatto un lavoro di finzione, «a partire da cose che ho visto e vissuto». Cresciuta a Beirut durante la guerra civile e laureatasi nel 1997, Nadine è stata anche attrice nel suo primo lungometraggio, Caramel, girato in Libano e passato a Cannes nel 2005. Il secondo titolo da autrice, nel 2011, raccontando il contributo di alcune donne per la protezione di una giusta convivenza tra musulmani e cristiani, domandava: E ora dove andiamo? Quella domanda risuona nel terzo film, emotivamente in profondità, nella storia di un bambino sperduto tra le macerie di una civiltà massacrata, un bambino esemplare, determinato nell’istinto di sopravvivenza: non solo una lucidità esistenziale, bensì morale e storica. Diremmo  civile, culturale. “Miracolo” suonerebbe come paradosso rispetto alla scelta inevitabile di conservazione nel comportamento dignitoso del protagonista, pur nel caos delle ingiustizie, dei razzismi, delle immigrazioni e del lavoro irregolare, della negazione dei diritti. Uno dei problemi nei quartieri degradati di Beirut è la mancanza di documenti che permettano alle persone di esistere, di essere rintracciabili come persone. Zain, dodicenne, è il bambino protagonista. L’attore, Zain Al Rafeea, è stato “preso dalla strada” e fatto rivivere in trasparenza e in piena coscienza davanti alla macchina da presa. Basta osservare i suoi occhi, le sue espressioni di sopportazione “doverosa” e poi di sdegno intelligente, quindi di scelta ideale e rivendicativa. Gli occhi del bambino-adulto sono il sentimento dell’intelligenza, la disperata volontà di mettere gli ingiusti davanti alla loro responsabilità. Zain decide di chiamare i suoi genitori in tribunale,  davanti al giudice: li vuole accusare di averlo messo al mondo e cioè di averlo consegnato, senza documenti, all’inciviltà di una vita da cafarnao. Ha visto la sorella, di un anno più piccola, mandata in sposa secondo usanza “necessaria”, ha sentito nascergli una rabbia dentro; ha dovuto occuparsi di un neonato rimastogli “addosso” per un’altra “necessità” trovata per la via (Rahil/Yordanos Shiferaw, la madre del piccolo, etiope, persa nel misero destino della clandestinità), ha dovuto mantenere la “promessa” di una ferita da infliggere a colui che aveva intaccato, dall’inizio, la sua dignità affettiva. Memorabili le sequenze di Zain tra le baracche e i rottami della metropoli “residua”, di quel bambino con al seguito il piccolo “oggetto umano” nutrito con zucchero e cubetti di ghiaccio trovati in un frigo in disuso, memorabile la crescita della sua pazienza e del suo giudizio. Il bambino è una lama pulsante che taglia la società refrattaria ai sentimenti e alle regole basiche. Nessun miracolo, ma coscienza e creatività per un ottimo cinema, non solo di denuncia e di dibattito. I momenti in cui può sembrare che la cinepresa indugi sull’incidenza espressiva della ripresa sono proprio il segno di un cinema non sistematico, non pre-scritto dal genere, bensì “arreso” al metodo della cattura e della  responsabile scelta non-prefilmica. [Festa di Roma 2018, Alice nella Città: Evento Speciale]

Franco Pecori

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11 aprile 2019