La complessità del senso
22 06 2017

La migliore offerta

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Regia Giuseppe Tornatore, 2012
Sceneggiatura Giuseppe Tornatore
Fotografia Fabio Zamarion
Attori Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jackson, Dermot Crowley, Liya Kebede.

Avevamo lasciato Tornatore a Baarìa (2009), immerso nel sogno di un mondo migliore, auspicato e non visto, avevamo accompagnato con lo sguardo il figlio di Peppino, comunista dal volto buono, “lanciato” dal padre verso fortune più giuste, ci ritroviamo immersi in un thriller dei sentimenti, in una vita dominata dall’antiquariato e dalle vendite all’asta, tra la polvere di “robe” d’arte rese preziose dalla mania conservatrice, dall’ossessione del collezionismo sostitutivo della vita. Siamo nel mondo chiuso, restio ad aprirsi all’esperienza, del battitore d’aste Virgil Oldman (Geoffrey Rush, il logopedista che salva dalla balbuzie Giorgio VI d’Inghilterra nel Discorso del re di Tom Hooper, 2011). L’uomo, carattere difficile, scontroso, festeggia i suoi 63 anni con maniacale precisione esclusivistica quando viene “disturbato” dalla richiesta di consulenza professionale da parte di una signora sconosciuta, la quale insiste in modo per lui “insopportabile” nel tentativo di avere un appuntamento. Quasi soltanto per levarsela di torno, Oldman si arrende ed è qui che invece gli si mostra l’altra faccia della luna: Claire, la petulante (Sylvia Hoeks), vive misteriosamente in volontaria prigionia nella propria villa e non ha intenzione di farsi vedere. Soffre di agorafobia? Incuriosito, Virgil si spinge fino a introdursi nella casa, ma almeno in un primo tempo, dovrà accontentarsi della sola voce di Claire, la donna non intende uscire dalla propria stanza. Attratto nello strano rapporto, Oldman si confida con Robert (Jim Sturgess) l’unica persona che ha il privilegio di una relativa vicinanza con lui. Robert, giovane restauratore, è alle prese con un antico automa settecentesco, di cui ricerca avidamente i pezzi. E proprio quei pezzi Oldman comincia a notare sparsi per la casa di Claire. Anche Virgil ha una sua stanza segreta. Non possiede telefono cellulare, protegge scrupolosamente le mani con una serie infinita di guanti per ogni occasione e si sente finalmente libero quando si ritrova solo in quella sua grande stanza, a rimirare la collezione di ritratti di donna che da sempre continua a incrementare, donando a quei quadri tutta la propria vita sentimentale. Ma ora c’è Claire, qualcosa di troppo specialmente vivo che si sottrae al suo sguardo. E soltanto Robert sembra in grado di aiutare Virgil a capirci qualcosa in più. A questo punto, dobbiamo fermarci per non togliere allo spettatore il piacere della sorpresa. Diciamo che il film subisce una svolta e Tornatore finisce per dare maggiore importanza alla “trama”, anche con qualche inutile dettaglio dimostrativo, mentre nella prima parte ha lavorato di fino sugli aspetti più “invisibili” della suspense, puntando alle implicazioni profonde della metafora. Man mano venivamo a mettere insieme, quasi in parallelo col minuzioso lavoro tra scienza e meccanica di Robert, i pezzi del carattere di Oldman, protagonista di un’esistenza condotta sul filo della simulazione sentimentale – “finzione” che coinvolgeva anche il contesto, mantenendolo in una nube difensiva, capace di attenuare o addirittura negare ogni prospetto di sviluppo “positivo”, reale. Sono i riflessi artistici, viene da pensare, della crisi prospettica che il regista, insieme agli spettatori, sta vivendo in un mondo oppresso dall’attuale, ma storica, rivelazione di impotenza e di inganno globale, a fronte delle secolari aspirazioni all’autenticità di un vivere giusto. Perfino la musica di un Ennio Morricone, forse mai così discreta in un film, fa parte di tale stasi emotiva. Tornatore si dimostra ancora una volta autore tra i più sensibili del cinema italiano e specialmente dotato nel difficile controllo della regia.

Franco Pecori

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1 gennaio 2013