La complessità del senso
03 06 2020

Figli

Figli
Regia Giuseppe Bonito
Sceneggiatura Mattia Torre
Fotografia Roberto Forza
Attori Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi, Matilde Zanchini di Castiglionchio, Stefano Fresi, Luca Amorosino, Daria Deflorian, Carlo Luca De Ruggieri, Giorgio Barchiesi, Giulia Mombelli, Betti Pedrazzi, Luisa De Santis.

Giorni nostri. Sara (Paola Cortellesi) e Nicola (Valerio Mastandrea), vivono in perfetta armonia, hanno una bambina di 6 anni, Anna (Matilde Zanchini di Castiglionchio), intelligente e sensibile. Su di loro non ci sarebbe bisogno di fare un film. Ma arriva un secondo figlio, Pietro, e tutto cambia. Il piccolo piange, il ritmo dei giorni e delle notti viene sconvolto, i compiti da assolvere non sono più gli stessi, le responsabilità rimbalzano. «C’era proprio bisogno di fare un altro figlio?», domanda la primogenita. La sintesi della piccola è ovviamente analizzabile, la Patetica di Beethoven non basta a placare Pietro e si va dalla pediatra “sapiente”. Il rimedio è molto semplice, il neonato si sente solo, bisogna fargli compagnia, si deve lasciare il lavoro: «Non avete una rendita fissa, un appartamento da affittare?». Sara e Nicola dovranno arrangiarsi, come quasi tutti ai giorni nostri. Salgono d’importanza i caratteri dei due personaggi, Cortellesi e Mastandrea tengono bene la scena. Sulla carta, l’impianto è un po’ teatrale, il film è stato pensato e scritto da Mattia Torre, già autore di serie Tv e cinema (BorisPiovono muccheI Cesaroni, Ogni maledetto Natale, La linea verticale,) e soprattutto scrittore dalla forte voce “individuale”. Per la regia, Torre, deceduto nel frattempo, è stato sostituito dal bravo Giuseppe Bonito, amico e collaboratore nei lavori precedenti. Il flusso narrativo è “freddato” in uno schema in otto capitoli dedicati a temi relazionati al cambio di vita della coppia “felice”. Nuovi codici e nuove problematiche che sembrano “spicciole” ma che invece incidono in modo anche “drammatico” nel tessuto giornaliero. Inutile snocciolare le scene e “scenette”, ma serve definirne il tessuto per giustificare il continuo stop alla progressione, funzionale allo spazio riflessivo offerto allo spettatore tra una scena e l’altra. Il tema di fondo è il cambio generazionale storico, che scarica sugli ultimi arrivati il carico pesante di una costruzione sociale piuttosto irresponsabile verso il futuro dei figli (e quindi dei nipoti). I nonni, come si può vedere chiaramente nel film, si trovano a vivere il paradosso dell’estraneità nella fase di uno “sviluppo” che essi stessi hanno non-programmato a proprio vantaggio. Tutto il resto ne consegue. La commedia, volendo (e ce ne vuole) restare tale, si affida ai buoni sentimenti di Sara e Nicola, per un finale accettabile, ma certo è che, durante il film, spesso s’affaccia punteggiando il racconto una voglia disperata di gettarsi nel vuoto e/o di correre all’impazzata fuori dalla situazione, a riprendersi uno spicchio di vita passabile. Bravi tutti gli attori. La loro simpatia coinvolge e sopperisce qua e là al carattere un po’ troppo programmatico della diegesi.

Franco Pecori

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23 gennaio 2020