La complessità del senso
17 12 2017

Inferno

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Regia Ron Howard, 2016
Sceneggiatura David Koepp
Fotografia Salvatore Totino
Attori Tom Hanks, Felicity Jones, Ben Foster, Irrfan Khan, Omar Sy, Sidse Babett Knudsen, Ana Ularu,Ida Darvish, Christian Stelluti, Jon Donahue, Xavier Laurent, Mehmet Ergen, Fausto Maria Sciarappa.

Guazzabuglio. Ci voleva il professore di Simbologia all’Università di Harvard, Robert Langdon (Tom Hanks), per chiarirci le idee sulla valenza profetica della Divina Commedia: signora mia, il mondo è diventato un inferno! E ci voleva l’illuminato transumanista, Bertrand Zobrist (Ben Foster),  per farci riflettere sulla trovata di dimezzare la popolazione mondiale per salvare la sopravvivenza dell’altra metà: mors tua, vita mea! – negli uffici, nelle squadre di calcio, nei condomini, nel traffico di Roma, e vogliamo parlare dei cinesi? Ma Ron Howard (Apollo 13 1995, A Beautiful Mind 2001, Il codice Da Vinci 2006, Angeli & Demoni 2009) non è regista così ingenuo da dare troppa importanza alla trovata di Dan Brown nel best-seller del 2013. La Commedia dantesca è una ghiottissima occasione per fare spettacolo kolossal, utilizzando i rimandi artistici, anche soltanto vedendoli sotto specie di location cinematografiche. Dante? Firenze. Non appena il prof si riprende dall’amnesia traumatica che lo ha colpito per una pallottola di striscio alla testa, di cui capiremo più avanti, la sua prima battuta è: «Quello è Palazzo Vecchio, giusto?». Tanto per dire: siamo a Firenze, similmente a San Pietro Roma, Tour Eiffel Parigi, San Marco Venezia, Santa Sofia Istanbul. Andremo anche a Venezia e ci spingeremo fino a Istanbul, ma strada facendo non perderemo l’occasione per tradurre in linguaggio comune il dolce amore stil novo del Poeta: Dante, pazzo di Beatrice, scrive la Commedia per uscire dall’Inferno e arrivare a lei, ma lei sposa un altro. Sono dialoghi preziosi per gli insegnanti di liceo, se non sapessero rapportarsi al mondo attuale prendano esempio da questa traduzione dal volgare di Dante in volgare metropolitano: l’autrice è autorevole, è Sienna Brooks (Felicity Jones), la dottoressa che aiuta Langdon a scappare dalla “carabiniera” Vayentha (Ana Ularu) – spara e se lo perde, ma è consapevole del contesto contemporaneo e dice: «Non siamo a Berlino, lo troverò» – e dalla caccia spietata cui è fatto oggetto per fini misteriosamente umanitari. Bella e praticona, quando il prof avanzerà una richiesta difficile – «Mi serve una copia del libro» – Sienna dirà, più a noi che a Langdon: «Io uso Google!». Non ci fate caso, sono cose dette d’istinto, nel trambusto dell’intrigo internazionale, mentre il simbologo americano rovista tra le insorgenze della memoria perduta e le allusive visioni/incubo infernali, ripescate da reminiscenze di genere (horror). E intanto, godiamoci l’Arte e i suoi luoghi, la mappa dell’Inferno del Botticelli, il Giardino di Boboli, la Battaglia di Marciano del Vasari. L’opera viene in mente a Langdon ripensando alle parole che egli stesso aveva pronunciato nei momenti di maggiore confusione mentale: «Ve-ry Sor-ry», cioè Va-sa-ri. Ah l’America! Andar dietro alla trama, se non aveste letto il libro, sarebbe eventualmente più utile per ammazzare i tempi di attesa del bus, ammesso che siate giudiziosi frequentatori del servizio pubblico. Qui, nel guazzabuglio spettacolare, si preferisce la visita “proibita” (ai turisti senza raccomandazione) dei sacri luoghi dove nacque e fiorì il fiorentinismo universale, in modo che, se non dovesse capitarvi di frequentarli almeno una volta nella vita, possiate comunque dire di averne goduto la fantasia. In tale prospettiva, le parole misteriose del Vasari, “cerca trova”, non sono nemmeno essenziali. E diremmo che quando il film si focalizza di più sul prezioso cilindretto di osso che il prof s’è trovato in tasca, ci permettiamo perfino di distrarci, per proseguire invece nell’avventura turistica da sogno. Il governo degli Stati Uniti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’organizzazione Consortium inizialmente protettiva di Zobrist e la stessa figura doubleface di Sienna – delusione per Langdon, per fortuna riappare Elizabeth Sinskey (Sidse Babett Knudsen), antico amore non consumato ma pur sempre consolatorio -, tutto può passare in second’ordine davanti all’immagine della Basilica di San Marco e a quella di Santa Sofia di Istanbul. Sì, la peste nera, il bioterrorismo, ma vuoi mettere lo spettacolo della civiltà e dei suoi luoghi unici, offertici in esclusiva dalla magia del cinema? Basta un ammiccamento di Tom Hanks, anche di un Hanks non magistrale come in altre occasioni, per risarcire noi sedentari della cultura dalle pigrizie e dalle “impossibilità” da cui siamo autosuggestionati nel nostro misero quotidiano. Ma via dall’Inferno, proseguiamo per il Paradiso e torneremo “a riveder le stelle”. [Festa del Cinema di Roma 2016, Preapertura]

Franco Pecori

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13 ottobre 2016