La complessità del senso
18 06 2018

Oltre la notte

Aus dem Nichts
Regia Fatih Akin, 2017
Sceneggiatura Fatih Akin, Hark Bohm
Fotografia Rainer Klausmann
Attori Diane Kruger, Denis Moschitto, Johannes Krisch, Samia Chancrin, Numan Açar, Ulrich Tukur, Rafael Santana, Hanna Hilsdorf, Elrich Friedrich Brandho, Hartmut Loth, Yannis Economides, Karin Neuhäuser, Uwe Rohde, Asim Demirel, Aysel Iscan.
Premi Cannes 2017: Diane Kruger atr., Golden Globe 2018: film straniero.

Soluzione personale, la meno sensata tra le possibili, a fronte di un delitto politico di stampo nazista. Siamo ad Amburgo, una bomba artigianale colpisce la comunità turca, nell’esplosione muoiono Nuri Sekerci (Numan Açar) e il suo figliolo Rocco (Rafael Santana). Katja (Diane Kruger), moglie di Nuri e madre del bambino, è sconvolta dal dolore. La donna è quasi sicura che l’attentato sia da attribuire all’azione dei gruppi neonazisti, operanti in Germania da qualche tempo. Nella realtà, il gruppo NSU, Nationalsozialistischer Untergrund (Clandestinità Nazionalsocialista), si è reso responsabile di una serie di omicidi a sfondo razziale, tra il 2000 e il 2007. Per la Giustizia, si è trattato per lo più di contrasti interni alle comunità straniere, le indagini sono state rivolte verso gli ambienti della droga e del gioco d’azzardo. In soccorso di Katja, tormentata dall’idea di vendetta, si fa avanti un amico di Nuri, Danilo (Denis Moschitto), il quale è avvocato e assume l’impegno di sostenere la vedova in tribunale, contro due giovani sospettati del delitto (Hanna Hilsdorf e Elrich Friedrich Brandho). Ma basta guardare l’espressione del volto dell’avvocato difensore dei nazisti (Johannes Krisch) e del testimone (falso) fatto venire dalla Grecia (Yannis Economides) per capire come finirà il processo. A 14 anni dal successo de La sposa turca, il titolo che ha dato a Fatih Akin il successo internazionale (Orso d’Oro a Berlino), e a 11 anni da Ai confini del Paradiso (premiato a Cannes per la sceneggiatura), il regista tedesco, figlio di lavoratori immigrati turchi, lascia il filo della proficua valenza metaforica di un’ispirazione alla Iñárritu (21 Grammi) e si arrende a un realismo spicciolo e tagliato con l’accetta. Viene da pensare a un Costa-Gavras. Sicché, l’atto finale di Katja, bomba su bomba, diviene – nonostante la cesura esistenziale della notte insonne che precede l’estrema decisione – niente altro che l’esecuzione di un piano “privato”, una soluzione schematica che svuota di contenuto quella che poteva essere una ragione politica, seppure estrema. Paradossalmente, nessun dramma, lo spettatore non è coinvolto.  

Franco Pecori

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15 marzo 2018