La complessità del senso
19 10 2017

Gli invisibili

Time Out of Mind
Regia Oren Moverman, 2014
Sceneggiatura  Oren Moverman
Fotografia Bobby Bukowski
Attori Jena Malone, Richard Gere, Brian D’Arcy James, Jeremy Strong, Ben Vereen, Tonye Patano, Colman Domingo, Dominic Colon, Miranda Balley, Thom Bishops, Lisa Datz, Peter Mark Kendall, Victor Verhaeghe.

ll mito vivente (American Gigolo, Pretty Woman, Chicago, Shall We Dance?, Parole d’amore) si ritrova sulla strada e finisce fra i senzatetto di New York, ospite del Bellevue Hospital di Manhattan. Un Richard Gere con la barba non fatta, due escoriazioni sulla faccia, gli occhi gonfi di sonno cerca invano un rifugio, un letto dove dormire. Lo cacciano da ogni angolo che trova, riesce a bere qualche birra vendendo gli indumenti cha ha indosso fino a restare in camicia. Ma che gli è successo? George è di poche parole, riesce a malapena a biascicare un “Faccio solo cazzate, da sempre”. E però è già qualcosa, almeno per ritrovare un minimo di energia alla ricerca di Maggie (Jena Malone), la figlia che lo considera irrecuperabile e non vuole più saperne di lui. Il regista di origine israeliana, Oren Moverman, del quale abbiamo già apprezzato il toccante e stimolante Oltre le regole – The Messenger (2009), sui reduci dell’Iraq incaricati di notificare le vittime alle famiglie, tralascia di raccontarci i precedenti della vita del protagonista e preferisce restare sul suo pedinamento, scoprendo così i disagi e la profonda tristezza in cui si può trovare oggi un cittadino nella Grande Mela, un uomo caduto in disgrazia e che ha perso i propri punti di riferimento. A George basterebbe poter ottenere il proprio certificato di nascita e risalire così la china burocratica dell’esistenza, ritrovare la propria identità nella jungla impietosa della metropoli, ma perfino questo sembra un traguardo inarrivabile. Man mano, grazie al “girato” apparentemente casuale e al montaggio che mantiene il carattere “frammentario” della realtà “plastica” circostante, entriamo in empatia col protagonista e partecipiamo con lui al rapporto speciale che per forza di cose si viene creando tra noi e il personaggio/attore. Usiamo questa specificazione rendendo omaggio alla bravura di Gere. L’attore sembra come rientrare in un se stesso uomo, rendendo la propria maschera disponibile al deterioramento anche morale e, via via, al recupero e alla riconquista di sé, fino al finale, forse un po’ scontato, ma comunque risarcitorio, in cui, senza inutili discorsi e senza smorfie eccessive, il riaggancio tra George e Maggie ci appare come un destino segnato e giusto. E non cancella le sequenze all’interno del centro di accoglienza, Bene/Male necessario nella società che non riesce a fare a meno dei suoi lati assurdi. [Festa di Roma 2014 Cinema d’Oggi]

Franco Pecori

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15 giugno 2016