La complessità del senso
26 06 2017

Come il vento

film_comeilventoCome il vento
Regia Marco Simon Puccioni, 2013
Sceneggiatura Heidrun Schleef, Marco Simon Puccioni, Nicola Lusuardi
Fotografia Gherardo Gossi
Attori Valeria Golino, Filippo Timi, Francesco Scianna, Chiara Caselli, Marcello Mazzarella, Salvio Simeoli, Francesco Acquaroli, Rosa Pianeta, Domenico Balsamo, Vanni Bramati, Vanni Fois, Enrico Silvestrin, Pascal Zullino, Alex Pascoli.

“Fimmina bestia”, l’apostrofavano così i detenuti dell’Ucciardone di Palermo e davano all’insulto un senso negativo al massimo. Ma vedendo il film di Marco Simon Puccioni, regista ben disposto verso le tematiche dei diritti civili e non disattento alle diverse dimensioni degli affetti (Quello che cerchi 2001, Riparo 2007), l’espressione può assumere il senso, paradossale e più “vero”, della stima per una condizione femminile vissuta fino in fondo, con le contraddizioni soggettive e obiettive, da una donna come Armida Miserere, primo direttore al femminile nella storia delle carceri italiane. “Per me l’amore è sesso, l’anima non ce l’ho più”, dice Armida in uno dei momenti più intensi del film. Ed è proprio qui il punto, la chiave di lettura centrale del racconto. Il regista s’impegna a darci il ritratto complesso e forse contraddittorio della donna, morta suicida nel 2003 quando aveva 47 anni, e l’operazione, toccando anche momenti poetici, lo porta a ondeggiare più di una volta tra il rispetto delle regole documentarie (una “storia vera”) e l’esigenza di approfondire la valenza emotiva delle scelte e dei comportamenti di Armida. Siamo in anni, tra la metà degli ’80 e i primi del nuovo secolo, in cui la lotta di alcuni magistrati italiani contro la mafia si fa più dura. La giovane criminologa entra nell’amministrazione penitenziaria con l’entusiasmo della donna piena di vita e di ideali di giustizia. Da un carcere all’altro, le toccherà seguire una strada di duro impegno, in ambienti non certo assuefatti al controllo da parte di una figura femminile. Ma inizialmente, da vicedirettore, l’avventura sembra prendere il verso giusto, nel penitenziario di Parma i detenuti accolgono bene l’iniziativa di Umberto (Filippo Timi), un educatore che li coinvolge nell’allestimento di spettacoli teatrali. Neanche Armida resta insensibile e nasce l’amore che segnerà il suo destino, un amore sfortunato, che le circostanze in cui si accende contribuiranno a rendere tragico. L’apporto di Valeria Golino nell’immedesimazione col personaggio è essenziale e circoscrive appunto il senso del film. La bravura dell’attrice si spinge fino al limite dello scambio d’identità, limite che in alcune sequenze ci porta addirittura quasi fuori dal film, in una trasgressione estetica emozionante per un certo egoismo intimista, esemplare – in un certo senso – di un tipo d’arte recitativa. E’ l’attrice che lascia spazio alla donna, spingendola a mettersi in scena anche per tutto ciò che soggettivamente è. E lo spettatore è nella condizione, invidiabile e non-invidiabile, di conoscere insieme Armida e Valeria; e di restare indeciso sulla possibile scelta da fare: essere nel film o uscirne. Merito dell’umanità del lavoro sul set e, insieme, rischiosa via di fuga dal tema delle carceri e dell’ambiente mafioso da cui spesso i luoghi di pena restano condizionati.

Franco Pecori

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28 novembre 2013