La complessità del senso
01 12 2021

Mulholland Drive

Mulholland Dr.
Regia David Lynch, 2001
Sceneggiatura David Lynch
Fotografia Peter Deming
Attori Naomi Watts, Laura Harring, Ann Miller, Justin Theroux, Chad Everett, Mark Pellegrino, Dan Hedaya, Brent Briscoe, Katharine Towne.
Premi Cannes 2001: regia, ex-aequo con L’uomo che non c’era di Joel Coen.

Premiato a Cannes per la regia, riesce dopo 20 anni (restaurato in 4k dalla Biblioteca di Bologna) il thriller sbalorditivo di David Lynch. L’altra faccia della luna, del “tratto da una storia vera” e anche dei correnti e fatiscenti supereroismi dal futuro nero. Nel frattempo, Naomi Watts ha pesato l’anima, è stata in braccio a King Kong, s’è concessa il brivido d’un sorriso con Woody. La storia ha il suo peso. Lynch lo solleva fino a convergerlo nell’impossibile, la sua è la più classica, storica, essenziale sfida al cinema in sé. Il genere (thriller), figura generativa dello sviluppo stesso della forma specifica – Lumière/Méliès – è sfida impossibile, non pre-tende comprensione, è sfida alla negazione. La espone e se ne vanta. Non si ragiona più, la riflessione è incubo o liberazione (dagli schemi). Attenzione, non alludiamo a “cineforum” né a “dessai”. Se c’è una salvezza per chi può, siamo nell’occasione. Annegati nella mafia/camorra/gomorra/commedia B/Tv-serie/Tg, tiriamo un respiro sul filo dell’impossibile, proprio come sembra ed è bene che sembri il cinema quando è se stesso. Il premio a Cannes diceva Regia. Cioè la differenza. Sul precipizio dell’indicibile, Lynch ci lascia sospesi. Offre l’incubo della regia all’attrazione. E ci offriamo all’impatto di Rita (Laura Harring) con la memoria di sé, con la sua liquidità rappresentativa. Da Hollywood verso il mare, dal significato al senso, viaggio dinamico e sfuggente. Il film si nega come capolavoro (ancor oggi, da cult), volta le spalle a Los Angeles, si veste di vita perduta. Vita smemorata, scambiata, assassinata, non-descritta, detersa nel Valore del Banale scenico – non solo l’incidente d’auto iniziale – e ritrovata (non semplicemente riconosciuta) nell’identità altra, lungo il sentiero tattile, della pelle, del desiderio inverso e perduto, dell’orrore indicibile (“Silenzio” è la parola teatrale, finale). Il rapporto Rita/Betty (Naomi Watts) – ha sostanza sentimentale senza che una strada (Drive) ne resti segnata, ne assuma la forma. Si parla d’altro. Uno storyboard semplice, da impazzire. Il cinema come provino, come casting, la scelta come condizionamento esterno, il riconoscersi come negazione della sincerità, come sondaggio del possibile, come dolore del ritrovarsi, come suicidio dell’invenzione scenica. È Lynch. Bergman, Hitchcock, Fellini, macché. Montaggio, flashback, sorpresa, non farebbero ciò che serve. Scordarsene è l’unica.

Franco Pecori

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18 novembre 2021