La complessità del senso
19 10 2017

Noi 4

film_noi4Noi 4
Regia Francesco Bruni, 2014
Sceneggiatura Francesco Bruni
Fotografia Arnaldo Catinari
Attori Ksenia Rappoport, Fabrizio Gifuni, Lucrezia Guidone, Francesco Bracci Testasecca, Raffaella Lebboroni, Milena Vukotic, Gianluca Gobbi, Giulia Li Zhu Ye.

Ma che bella famigliola italiana! Pregi e difetti dei giorni nostri distribuiti in ordine e con simpatia, limati i contrasti, arrotondati gli angoli, corretto il linguaggio romano al limite della comprensione internazional europea. Insomma un quadretto accettabile da tutti o quasi, purché entro il recinto di una “buona educazione” e di un “rinnovamento” non radicale; nessuna “rottamazione” e anzi un quasi-esplicito tentativo di recupero della cifra non soltanto morale ma perfino espressiva, per un cinema aggiornato e “corretto”, non-sperimentale ma nemmeno rifatto sul cliché simil-vacanziero. Se parlassimo di una persona, potremmo dire di un/a “giovane maturo/a”, consapevole di sé, pronto/a (o quasi) ad affrontare le difficoltà – non tutte e non alla radice! – del presente e del prossimo futuro. Fotografia del reale con leggeri ritocchi. Il regista Francesco Bruni propone a noi un “noi” esemplare (nel senso di cui sopra), con 4 protagonisti organici, moglie (Ksenia Rappoport) e marito (Fabrizio Gifuni) separati, figlia 23enne (Lucrezia Guidone)  e figlio adolescente (Francesco Bracci Testasecca). Nel tentativo scoperto di invitarci a partecipare, con una “storia vera” al miglioramento del contesto in cui viviamo, nella consapevolezza che  alcuni errori – anche gravi – sono stati fatti e che, con un po’ di buona volontà possiamo riuscire a ri-sistemare  (nel senso di ripristinare il sistema) la vita associata, almeno quella intorno a noi: un “noi come siamo” finché riusciamo a ricordare come “eravamo” non molto tempo addietro. Prima del divorzio? Non arriveremmo a tanto, ma certo la tentazione di traguardare all’indietro, con un pizzico di rimpianto per una “saggezza” non spesa con la dovuta maturità, è non tanto sotterranea da restare del tutto esclusa. Una commedia dei “buoni sentimenti”? Non semplificheremmo troppo, se non altro per le oggettive implicazioni situazionali, studiate al millimetro a livello di sceneggiatura (Bruni, prima che regista di Scialla! 2001 e ora di questa opera seconda, è sceneggiatore più che sperimentato, al servizio di autori come Paolo Virzì, Roberto Faenza, nonché di realizzazioni televisive come la serie del Commissario Montalbano), implicazioni magari solo accennate di quel tanto da risultare assorbibili a livello di Rai Cinema, ma comunque contenute in un soggetto che ha voluto tener conto dell’istanza realistica – “tratto da una storia vera”, si sbandiera sempre più spesso e non sempre in maniera pertinente – dilagante fino all’equivoco del “documentario”. Al dunque, la torta è ben riuscita e non si può trascurare la qualità degli ingredienti. Una Rappoport, giusta madre quarantenne sovrastata dalle ansie professionali (ingegnere impegnata nei lavori complicatissimi dello scavo e risistemazione della metropolitana della capitale) a cui si aggiungono le preoccupazioni (eccessive e un po’ nevrotiche) per l’educazione del figlio, giunto all’esame orale della terza media; un Gifuni facile-regressivo e coccolone italo-moderno, poco capace di responsabilità diretta ma pronto agli affetti e agli adeguamenti genitoriali nonché maritali, sol che gliene si diano le discrete occasioni – un “creativo” non ben definito e sufficientemente opportunista, simpatico e ben disposto, adorato dalla figlia; una Guidone trasferita con lode dal teatro al cinema, còlta nella fase del cambio di passo che presumibilmente la porterà a trovare un’appropriata dimensione adulta nelle sue scelte sia sentimentali che lavorative; e il Bracci Testasecca, ragazzino fatalmente capace di prendere su di sé le sofferenze e le sopportazioni delle inadeguatezze familiari e digerirle con simpatica sopportazione, fino a rendere “leggeri” (e digeribili per lo spettatore) i suoi giudizi e le sue considerazioni verso l’andamento non proprio soddisfacente (per lui) del meccanismo entro cui lasciar crescere le proprie progressive giornate. Delle quali è culminante quella del famoso giorno degli esami, ultimo giorno valido, tra l’altro, per dare senso a un tenero sentimento verso la piccola cinese compagna di scuola, alla quale il timido e discreto giovane non ha finora saputo rivolgersi. Povero lui, gli si prospetta un successivo orizzonte non meno difficile da definire: i genitori della sua fidanzatina hanno un ristorante e sono contrari a che la loro figlia frequenti ragazzi italiani. Perché? Perché – dicono – gli italiani non hanno voglia di lavorare. Integrazione, integrazione! E ricongiungimento generale.

Franco Pecori

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14 marzo 2014