La complessità del senso
29 10 2020

La vita straordinaria di David Copperfield

The Personal History of David Copperfield
Regia Armando Iannucci, 2019
Sceneggiatura Armando Iannucci, Simon Blackwell
Fotografia Zac Nicholson
Attori Dev Patel, Hugh Laurie, Tilda Swinton, Aneurin Barnard, Peter Capaldi, Morfydd Clark, Daisy May Cooper, Rosalind Eleazar, Ben Whishaw, Paul Whitehouse, Gwendoline Christie, Anthony Welsh, Benedict Wong, Sophie McShera.

Preso alla leggera, montato svelto per non annoiare e per dare un senso di attualità estetica, dato che romanzieri si nasceva due secoli fa, quando la Terra era tonda e la sintassi respirava di conseguenza. Lo scozzese Armando Iannucci (1963), già bravo nello show e nella serialità televisiva, insiste nella chiave ironica, con la terza regia cinematografica dopo il debutto del 2009 (In the Loop, candidato all’Oscar come film straniero) e dopo il successo di Morto Stalin, se ne fa un altro (2017). L’impegno critico nella comprensione delle ingiustizie della società ottocentesca verso i più “sfortunati” è culturalmente omogeneo al punto d’origine, il romanzo di Charles Dickens. Il riferimento all’opera letteraria (1849-50) garantisce circa la qualità delle intenzioni e pre-scrive una sostanziale fedeltà di senso. Nessuna novità sul tema di fondo, delle difficoltà anche drammatiche nell’epoca della rivoluzione industriale, sfruttamento dei lavoratori, anche bambini, miserie e patimenti nel trapasso generazionale, importanza della vitalità dell’individuo nell’intreccio dei destini e delle storie, nascite, crescite, avventure, nuove sistemazioni. Ma David, il protagonista (ottima interpretazione di Dev Petel), non viene a riproporci la tristezza della sua nascita senza padre, del difficile rapporto col patrigno, del dolore per la morte della madre, né semplicemente ci viene offerto il riscatto giovanile con la conseguente vittoria caratteriale nel contesto della società in movimento e nella speranza di un mondo migliore. Il cast è di valore alto, gli interpreti vestono i panni d’epoca con una naturalezza degna della migliore tradizione inglese e la storia mantiene i giusti riferimenti d’origine, ma tutto ciò non basterebbe che a una rilettura del David Copperfield piuttosto ovvia, seppur tempestivamente ricollocata nell’attuale contesto culturale, sociale e politico, degno di nuove attenzioni. La novità del David di Iannucci sta nello stile, le scelte della messinscena determinano non solo la forma bensì il senso del racconto, proponendone una sostanza a noi contemporanea e, paradossalmente, non-universale, non-atemporale. Ok, il bambino è scuro di pelle, ma ciò che conta è la rapida leggerezza delle inquadrature, dei ciack che si legano l’un l’altro secondo una necessità di sintesi degna del sincretismo più avanzato pubblicitario (non sembri una parolaccia). I passaggi narrativi alleviano il peso della consequenzialità secondo un criterio prevalente di “noncuranza”, gradito, pare, al fruitore elettronico anche nelle sue pur occasionali interpunzioni cinematografiche. C’è un aquilone nel film: nulla di romantico né di pazzesco, semplice leggerezza.

Franco Pecori

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16 ottobre 2020