La complessità del senso
19 05 2024

Benedetta

Benedetta
Regia Paul Verhoeven, 2021
Sceneggiatura Paul Verhoeven, David Birke
Fotografia Jeanne Lapoirie
Attori Virginie Efira, Charlotte Rampling, Lambert Wilson, Daphne Patakia, Olivier Rabourdin, Hervé Pierre, Clotilde Courau, Guilaine Londez, Alexia Chardard, Louise Chevillotte, Elena Plonka, Jonathan Couzinié, Justine Bachelet.

Basico, tutt’altro che istintivo. Secolo XVII, la Toscana di Cosimo de’ Medici. Non è sorprendente che in un convento di suore possa nascere una tensione omosessuale; e che possa assumere forme di rappresentazione del mistero mistificatorio. Certo che Benedetta e Bartolomea sono due giovani belle, il contrario sarebbe stato improbabile e quindi maggiormente informativo, ma l’istinto non è argomento da potersi svolgere, in un film di Paul Verhoeven, secondo canoni estetici sorprendenti dopo Basic Instinct, 1992. Ora, in Benedetta, non ci si può attendere che l’attrazione, levigata e il meno drammatica che si possa – nonostante scene prescrittivamente forti e violente -, tra due novizie come la protagonista Benedetta (Virginie Efira)  e la compagna di cella Bartolomea (Daphné Patakia), produca novità estetiche rilevanti. Tuttavia, una qualche riflessione sulla trasparente evidenza del carattere mistificatorio dell’impronta dominante in un’epoca segnata dalla forte prescrittività del vivere ansioso, una riflessione almeno basica è stimolata al di là delle scene calamitevoli, ardite per definizione. Bartolomea arriva in convento per rifugiarsi dalla violenza di un padre orribile, portando dall’esterno la “praticaccia” di un erotismo diretto e sfrontato. Benedetta, innamorata di Gesù e della Vergine sin da bambina (il padre ha creduto bene di affidarla ben presto alla protezione monacale, nel convento delle suore Teatine), ha bisogno di elaborare un proprio disagio, magari con finzioni un po’ diaboliche che metteranno in crisi la “tranquillità” imposta dalla badessa Benedetta Carlini (Charlotte Rampling), donna severa e cosciente del valore anche “imprenditoriale” del proprio mandato. Ha con sé anche  una figlia, Cristina (Louise Chevillotte), di cui si fida. Sul limitare del baratro morale, che tuttavia non sconvolge la “piacevolezza” (regia) delle scene “ardite”, entra la peste. Siamo a Pescia, non lontano da Firenze. Immodest Acts (Atti impuri, Il Saggiatore, 1987), il libro di Brown Judith C. a cui attinge Verhoeven, si basa su documenti d’archivio e suggerisce un certo rispetto della verità storica. Il regista ne utilizza i riferimenti con discrezione e semplicità. La peste attacca i corpi dei personaggi, la loro vicenda è segnata dall’impronta storica, interna ed esterna al convento, espressa con riferimenti credibili, scene caratteri e ambienti. Non fuori contesto anche il filo dell’inchiesta da parte delle autorità ecclesiastiche (Lambert Wilson è il Nunzio) per stabilire se Benedetta sia una santa o una lesbica. Allucinazioni e bisogno d’amore segnano l’istanza di un’uscita necessaria verso moralità e socialità nuove. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI]

Franco Pecori

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2 Marzo 2023