La complessità del senso
28 06 2017

Split

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Regia Manoj Night Shyamalan, 2017
Sceneggiatura M. Night Shyamalan
Fotografia Michael Gioulakis
Attori James McAvoy, Anya Taylor-Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson, Jon Douglas Rainey, Junnie Lopez, Kim Director, Brad William Henke, Izzie Coffey. 

Split, diviso è dire poco. Nel film, siamo al limite (insondabile) del soprannaturale. Kevin (James McAvoy) è in cura psichiatrica. La Dott.ssa Fletcher (Betty Buckley) cerca in tutti i modi di gestire il suo disturbo dissociativo ricevendolo ogni volta che una delle 23 personalità che ne compongono e scompongono la psiche segnala l’esigenza di un soccorso terapeutico. Ma vedremo come l’impresa sia disperata. Succede che l’identità di Kevin si apre, per così dire, alle sue componenti, le quali possono essere le più diverse tra se stesse. E di volta in volta prevale un personaggio i cui tratti psicologici contrastano con l’altro. Il regista indiano Manoj Night Shyamalan ha pensato di risolvere il problema della rappresentazione lasciando spazio alle singole evidenze senza sovrapporle, ma presentandole in contiguità, in una sorta di cambio-scena continuo. I colloqui con la psichiatra avvengono alla nostra presenza, sicché il film acquista valore di videoconferenza per una specie di corso d’aggiornamento in campo analitico. Siamo al cinema, il confine scientifico entro cui è tessuta l’intelaiatura del racconto chiede allo spettatore una certa elasticità. L’importante è la carica di genere thriller e la tensione in tal senso non manca. Del resto, il problema di mostrare sullo schermo certe dinamiche interiori è comune agli autori – Hitchcock non ultimo – che fondano lo sviluppo narrativo sulla psicodinamica dei personaggi. Vedere e/o non vedere, vedere, rappresentare: questo è il problema. E comunque, per l’abbondanza, si rintracciano facilmente sfumature spirituali. Il quarantaseienne Shyamalan ha già dato prova di prediligere – a contrasto con i possibili equivoci sull’obbiettività dell’obbiettivo – temi piuttosto allusivi verso l’Oltre e attraverso situazioni più o meno misteriose. Per la sua ricerca di segni che diano un senso al mondo (Signs 2002, The Village 2004) si è parlato di thriller metafisico, ma più di una volta il regista ha attinto al genere horror (da Il sesto senso 1999 a The Visit 2015). La metafisica vegeta su terreni possibilisti, a ciascuno la sua. Qui registriamo la valenza attrattiva di scene che lungo il film progressivamente attendono soluzione, di coerenze che percorrono vie di sviluppo relative alle circostanze descritte. E dovremo attendere il finale, che non riveliamo, per trovare una sistemazione della complicata vicenda. Una struttura nervosa e ordinata in un susseguirsi di scene cadenzate sullo svelamento progressivo della complessità affidata principalmente alla bravura di James McAvoy, ci aiuta a superare certe interpunzioni sloganistiche, gridate dal Kevin nella fase violenta quasi per agganciare un effetto da contrappasso verso la “cura” inefficace. Ma in sostanza, più delle esemplificazioni psichiatriche, pagate a carissimo prezzo dalla stessa Fletcher, valgono i flash didascalici sulle scene infantili della caccia al cervo col padre e lo zio, rivissute da Casey (Anya Taylor-Joy), una delle tre adolescenti che Kevin rapisce e fa prigioniere all’inizio del film. Il parallelismo psicologico che se ne sviluppa ci accompagna per tutta la parte centrale, costringendoci a una specie di analogia costrittiva, nei sotterranei di uno zoo, animali in gabbia anche noi, nella corresponsabilità verso una tematica espandibile, oltre le simbologie del singolo thriller. La bestia che è in Kevin fa spettacolo arrivando – grazie alle nuove tecnologie – ad arrampicarsi sui muri, a controbilanciare le aggraziate propensioni infantili che a tratti rendono umano e quasi tenero il personaggio “diviso”. Tuttavia lo spettacolo resta debitore di un’indagine ben più complessa rispetto a quella che conduce al finale – quasi che il genere thriller facesse da schermo per un tema difficile da trattare fino in fondo. Non proprio convincenti, pur se a loro modo fascinosi, gli esiti che diremmo “viscerali”, gridati dal protagonista al culmine della drammatica catarsi, circa i meriti e le colpe di un umanesimo cattivo/bestiale in relazione geometrica inversa con le sofferenze e i patimenti anche fisici dell’umanità. Il corpo e la luce, il sole e le tenebre, i sotterranei e finalmente il cielo, incentivano un immaginario che chiede di essere controllato dall’arte. La richiesta è intrinseca e, presa nel senso giusto, anche produttiva di aperture non trascurabili. Genere umano e belve in gabbia, proposta attraente per una riflessione sulla nostra natura. Spiritosa, sul finale, quell’apparizione, fugace ma ben fissata, di un Bruce Willis “predestinato”, francobollo – come vogliamo immaginarlo – per una raccomandata da spedire con urgenza a una Facoltà di Psichiatria ideale.

Franco Pecori

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26 gennaio 2017