La complessità del senso
19 08 2017

Perfetti sconosciuti

film_perfettisconosciutiPerfetti sconosciuti
Regia Paolo Genovese, 2016
Sceneggiatura Filippo Bologna, Paolo Costella, Paolo Genovese, Paola Mammini, Rolando Ravello
Fotografia Fabrizio Lucci
Attori Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Benedetta Porcaroli, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak.

Amici da una vita – tra i 40 e i 50 – giocano a calcetto e si vedono spesso a cena. Stavolta Rocco (Marco Giallini) e Eva (Kasia Smutniak) invitano a casa loro Carlotta (Anna Foglietta) e Lele (Valerio Mastandrea), Bianca (Alba Rohrwacher) e Cosimo (Edoardo Leo), Peppe (Giuseppe Battiston) e forse una sua nuova compagna di cui gli altri amici non sanno ancora nulla. Ma Peppe, insegnante di educazione fisica precario da 10 anni, si presenta da solo, dice che lei ha la febbre. Numero dispari. C’è l’eclisse di luna, si affacceranno in balcone a osservare il fenomeno. Rocco è chirurgo plastico, Eva è psicoanalista, hanno una figlia, Sofia (Benedetta Porcaroli), in età difficile. Lele è funzionario in una grande azienda, ha conosciuto Carlotta sul lavoro, lei ha preferito mettersi a casa con i figli. Bianca è veterinaria, innamoratissima di Leo, momentaneamente tassista, si sono sposati da poco. La conversazione è fluida e spiritosa, le battute si intrecciano in modo molto naturale, lo spettatore ha l’impressione di essere anch’egli a cena con gli attori, i quali hanno l’aria di voler essere soprattutto se stessi. Ancora una cena in commedia? Che succederà? La struttura è comoda. Se un gruppo di amici si riuniscono attorno a un tavolo è facile che vengano fuori contrasti anche sgradevoli, s’intacchino amicizie, sopravvengano disfunzioni affettive e soprattutto si presenti l’opportunità di una “rilettura” di codici tenuti troppo spesso sotto protezione, ossia utilizzati non per capire e interpretare, quanto per proteggersi da comprensioni e interpretazioni scomode, per evitare il rischio di dire a se stessi troppe verità, o di far emergere le proprie sostanze morali/ideali. Si capisce che muoversi in un contesto così ovvio e rischioso implichi per un autore un’adeguata maestria nella gestioni dei generi, giacché inevitabilmente il divertimento della “commedia” dovrà fare i conti con l’implicita portanza drammatica della situazione nel suo pieno sviluppo. Una casa borghese, per esempio ai Parioli, è un contenitore abbastanza adeguato per osservare riunite a cena coppie di media età, persone con una loro posizione nel contesto sociale e con un residuo, ancora cospicuo e buono da consumare, di umanità giovanile, un carico utile alla sopravvivenza nella società attuale, dove facilmente allegria e ironia, spirito d’intrattenimento e voglia di spassarsela si possono trasformare in guazzabuglio attrezzato per un “cazzeggio” usuale. Non a caso siamo a Roma, nel cuore di una città sempre più indifferente e disponibile alla compromissione. La location del film non sembra casuale. E giustamente gli “sconosciuti” amici, pur non mostrandosi “romaneschi”, tendono a difendersi più che possono da un approccio diretto ai contenuti che man mano, tra una portata e l’altra, balzano a tavola. Il tema dell’essere sconosciuti non solo agli altri ma a se stessi, del non avere frequentazione sufficientemente sincera con i propri desideri, del subire condizionamenti ingombranti che provengono dal “quotidiano” e dagli “usi e costumi” di un vivere spersonalizzato, trova un’efficace organizzazione scenica nella regia di Paolo Genovese, autore consapevole del quadro generalmente televisivo in cui si articola ormai da un bel po’ il referente video, calamita e prigione di sguardi mai adeguatamente complessivi né tanto pertinenti da giustificarne la simpatica estemporaneità (Immaturi 2010, una famiglia perfetta 2012, Tutta colpa di Freud 2013). E allora? Ecco la trovata, bastava guardarsi intorno, anche per la strada si può vedere ognuno trafficare col suo cellulare.  Chissà se tutti sarebbero disposti a rivelare i “segreti” contenuti nella sim-card. La provocazione viene da Eva. Con riluttanza viene accolta la proposta di mettere i telefonini sul tavolo, ciascuno risponderà in “viva voce” a eventuali chiamate e verranno letti tutti i messaggi scritti in arrivo. Il lettore capirà che dobbiamo fermarci qui. Diciamo tuttavia che il giochino si farà pericoloso oltre che divertente, i segreti della “nuova comunicazione” interpersonale si proporranno, al di là delle singole “sorprese”, come specchio di un nuovo modo di vivere la propria sincerità, in un contesto spudoratamente “leggero”, in cui – come osserva sul finale il chirurgo – siamo tutti “fungibili”. Peccato che Genovese, per chiudere il film, avverta poi l’esigenza di confezionare una “via d’uscita” meccanica e convenzionale, troppo dichiaratamente amara. L’impressione è solo in parte attenuata dalla bella canzone di Fiorella Mannoia, durante i titoli.

Franco Pecori

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11 febbraio 2016