La complessità del senso
20 11 2018

Achille Tarallo

Achille Tarallo
Regia Antonio Capuano, 2018
Sceneggiatura Antonio Capuano
Fotografia Gianluca Laudadio
Attori Biagio Izzo, Ascanio Celestini, Tony Tammaro.

Degrado urbano a Napoli, camorra, iniziazioni di piccoli delinquenti, distanze ambientali e crisi borghese, violenza sessuale – Vito e gli altri (1991), Pianese Nunzio 14 anni a maggio (1996), La guerra di Mario (2005), L’amore buio (2010). Frequentatore di problematiche sociali, con attente implicazioni verso le fasce d’età minorili e giovanili, più volte premiato a Venezia e Locarno, perennemente in giro per i festival di mezzo mondo (Tokio, Buenos Aires, Palm Springs, Gerusalemme, Londra, Toronto), il napoletano Antonio Capuano (1940), regista anche teatrale, semplifica e alleggerisce il suo sguardo sulla realtà contemporanea. E passa alla commedia mettendo insieme un validissimo trio di interpreti (Biagio Izzo, Ascanio Celestini, Tony Tammaro), evitando di separarli dalla “pazza folla” dialettale e immergendoli in un bagno realistico affatto ricercato e nemmeno per un momento esibito in forma simbolica. Metaforica sì, necessariamente, trattandosi di forma espressiva. Tarallo/Izzo è conducente di bus nel traffico di Napoli. Si destreggia bene, sopporta gli ingorghi, evita i motorini, intrattiene rapporti simpatici con i passeggeri. La sua passione però è un’altra. Achille ha nel cuore la musica, nella mente c’è un riferimento fisso, idolatrato nei sogni: Fred Bongusto. Ma il sistema musica, si sa, è complicato e così, in attesa di trionfi più degni, le aspirazioni del protagonista si adeguano al mercato: l’impresario piuttosto romanesco Pennabic (Celestini) procura anche con qualche fatica ingaggi non esaltanti per le feste di matrimonio. Tarallo le allieta insieme al tastierista e compositore Cafè (Tammaro). Il repertorio è originale, i due amici sfornano testi e musica che rispecchiano con spirito poetico e ironico situazioni di vita. Tra di loro c’è tuttavia un contrasto di fondo, non da poco: Tarallo ci tiene a cantare canzoni in italiano, mentre per Cafè la forma dialettale dovrebbe avere il più giusto predominio. Proprio questa dialettica salva il film dal pericolo di un bozzettismo che a tratti si affaccia colorendo la scena di spunti “verità” e lasciando tuttavia intatta la questione non superficiale di un confronto tra Serie A e Serie B, per nulla risolvibile in prima istanza e sempre comunque utile a una ricerca di ridefinizione produttiva – in tutti i campi, non certo soltanto nella musica: parlare italiano è parlare “in bella copia?”. Fatto sta che la vita da musicista continua per Tarallo in un traccheggiamento pieno di buchi e imperfezioni, strepiti “normali” in famiglia, qualche soddisfazione laterale per il sesso, e il richiamo fondamentale della mamma, la quale dal suo settimo piano (melodrammatica e comica la sequenza senza stacco della salita a piedi del figlio per il guasto dell’ascensore) scandisce le cadenze morali dell’amore filiale. L’anziana donna attrae l’arrivo di una badante russa e il film prende una piega “risolutiva” poco necessaria. Ma tutto il resto, a cominciare dalla panoramica volante d’apertura, espressione pittorica di volumi e colori di una città che è “meglio guardare dall’alto”, respira secondo un ritmo sonoro e una variazione tonale in accordo con l’arte di attori non improvvisati e di improvvisatori non inconsapevoli. Non trascurabile la resa espressiva, ottenuta in postproduzione (Mad Entertainment), del cane Fred, amico di Achille, pronto a dialogare, ballare e cantare con simpatia.

Franco Pecori 

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25 ottobre 2018