La complessità del senso
21 08 2018

Il codice del babbuino

Il codice del babbuino
Regia Davide Alfonsi, Denis Malagnino, 2014
Sceneggiatura Davide Alfonsi, Denis Malagnino
Fotografia Marco Pocetta
Attori Denis Malagnino, Tiberio Suma, Stefano Miconi Proietti, Marco Pocetta, Fabio Sperandio, Alessandra Ronzoni, Cristina Morar, Lionello Pocetta, Daniele Guerrini.

Il senso del film non è così semplice o superficiale come potrebbe sembrare a una lettura in chiave realistica. Una Roma degradata, un interland, una periferia, anonima seppur dialettale, coatta e violenta, penosa a guardasi, non è immagine nuova, né nel cinema, né in Tv. Il dramma di figure condannate al pianoterra di un’impotenza affogata nel massacro aprospettico del prodotto di scarto fa parte ormai da decenni dell’orizzonte informativo, “doppio” e autoriproduttivo nello stile, inutile per lo studio di una qualche prospettiva evolutiva. Sensazioni estetiche autentiche sarebbero difficilmente rintracciabili restando in una dimensione di “rispecchiamento”, tanto che da qualche tempo si è ripiegato sul recupero fumettistico, con film che permettono, al dunque, copertura tattica del tipo manieristico. Divertente a volte, ma confermativa e acritica. Evitiamo perciò, a vantaggio della valutazione qualitativa, di notare che Davide Alfonsi e Denis Malagnino partono da una “storia vera”, ossia lo stupro di una ragazza in quel di Guidonia (Roma). Periferia dove regna il sistema delle slot machines e del dominio dei piccoli boss, copia minima e insignificante della malavita cinematografica americana e, ormai, dell’inabissato neorealismo italiano. Se Pasolini aleggia, non se ne accorge alcuno e via. Qui, nel film di Davide Alfonsi e Denis Malagnino, anche sceneggiatori, contano i tipi umani (dire personaggi è troppo), ma è quanto basta per una riflessione sul loro mondo rappresentativo, sul loro immaginario, sul modo che essi hanno di formalizzare non solo le sensazioni, le passioni, le aspirazioni, le prigionie, le sudditanze e le angosce più o meno nascoste del quotidiano (riducibile per loro a “sopravvivenza” coatta), ma il sistema sottostante di regole morali al cui riferimento più o meno esplicito riducono le decisioni, buone e/o cattive. Nella scrittura conta maggiormente il non detto, un campo di ambiguità al quale comunque possiamo attingere (ovvio) soltanto attraversando il detto. Tiberio (Tiberio Suma), giovane apparentemente un po’ “gnocco” ma rozzamente dipendente da imput reattivi meccanici riferibili a una morale standardizzata e semplificata con l’accetta, “subisce” il dolore dello stupro della “sua” ragazza. Sono stati i romeni del vicino campo nomadi? Pigrizia e coattume morale lo vogliono. La vendetta è d’obbligo. Lo vuole anche la malavita locale, feroce quanto irrilevante rispetto a possibili alternative inesistenti. Grado zero del comportamento. Vie d’uscita ci sarebbero ma sono “ridicole”: lasciar fare alle indagini della polizia? Sarebbe come mostrarsi creduloni e deboli. Né più né meno di quanto non lo sia l’amico fidato di Tiberio, Denis (Malagnino), altra figura di “gnocco”, pieno di guai e di debiti e di convinzioni piccole, di aspirazioni al perbenismo titubante, mellifluamente aggrappato ai “princìpi della nonna”. Tiberio preferisce spostarsi verso il Tibetano (Stefano Miconi), boss del quartiere, il cui “codice” è più facilmente raggiungibile perché meno sfumato. I tre formano una tipologia che a tratti (brevi) vive di vita propria e per lo più risponde a un gioco di stereotipi esplicito nella propria “ingenuità”. La forma interessante è nel loro essere “bambini”, buoni e feroci, diretti e vagolanti, fissati e prede di una crescita in corso, una crescita in forte pericolo di arresto, di interruzione anche drammatica. Il parametro “infantile” che il film ci chiama a utilizzare è il tema interessante, anche estetico. Per cui, passano in sottordine le carenze di verosimiglianza interna e di ritmo sequenziale rispetto al senso delle battute. Basterà che avvertiamo – e lo avvertiamo – il bisogno di approfondire l’indagine su quell’infanzia, quella crescita mancata, quell’immaturità sociale e storica dalla quale non è certo che ci si possa sentire troppo lontani. Nessuno. Il problema, non piccolo, è nel passaggio a una lettura meno referenziale, non bloccata al significato, prospettica in funzione del senso. E a proposito del senso, il titolo del film sembra rimandare alla “bestialità” di certi comportamenti animali. Non a caso abbiamo cercato di insistere, invece, su un problema di “lettura” del codice. [I due autori, Davide Alfonsi e Denis Malagnino, rappresentano degnamente il collettivo Amanda Flor, nato a Guidonia Montecelio nel 2004, per un cinema “orientato su problematiche sociale e attuali” (La rieducazione 2006, Ad Ogni Costo 2010). Logico che Distribuzione Indipendente abbia preso in carico Il codice del Babbuino].

Franco Pecori

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17 maggio 2018