La complessità del senso
23 09 2018

Il dubbio – Un caso di coscienza

Bedoune Tarikh, Bedoune Emza
Regia Vahid Jalilvand, 2017
Sceneggiatura Ali Zarnegar, Vahid Jalilvand
Fotografia Peyman Shadmanfar
Attori Navid Mohammadzadeh, Amir Aghaei, Hediyeh Tehrani, Zakiyeh Behbahani, Saeed Dakh, Alireza Ostadi.
Premi Venezia Orizzonti 2017: Vahid Jalilvand reg., Navid Mohammadzadeh at.

Vahid Jalilvand, nato a Tehran nel 1976, attore di teatro e poi regista nella Televisione di Stato iraniana, è già stato apprezzato alla Mostra veneziana (Orizzonti) nel 2015, per il suo primo lungometraggio, Un mercoledì di maggio (Premio della stampa internazionale). Del secondo lavoro di Jalilvand la medesima sezione della Mostra ha premiato, due anni dopo, il valore della regia e dell’interpretazione maschile. Realistico nell’impianto narrativo, il film propone, come suggerisce il titolo italiano, un caso di coscienza di non semplice interpretazione. Il racconto dei fatti è lineare, per nulla misterioso e in questo senso il titolo originale è più rispondente all’opera: “Nessuna data, nessuna firma”. Il riferimento è alla documentazione relativa a un caso sviluppatosi all’interno di una struttura ospedaliera dove vengono eseguite perizie sui corpi di persone decedute. Al dottor Kaveh Nariman (Amir Aghaei), anatomo-patologo legale, capita un incidente stradale che lo coinvolge nella sua attività professionale. Non per sua colpa specifica, Nariman urta con l’auto una moto sulla quale viaggiano Moosa (Navid Mohammadzadeh), il figlio di 8 anni e la moglie Leila (Zakiyeh Behbahani), con in braccio la figlia piccola. Sul primo momento nulla di grave. Il bambino è leggermente ferito, Nariman dichiara di essere un medico e si offre di accompagnare tutti all’ospedale, ma Moosa e la sua famiglia risalgono in moto e se ne vanno. La mattina dopo, il dottore, mentre è al lavoro, scopre che quel bambino è stato portato ormai senza vita nello stesso ospedale dove egli sta eseguendo un’autopsia. Uomo di solidi princìpi, il medico viene assalito dal dubbio che l’incidente della sera prima possa essere stata la causa di quella morte. Ma il referto parla di botulismo. I genitori del bambino sono disperati, il padre mostra un particolare turbamento, proprio legato all’ipotesi della morte per intossicazione alimentare. Jalilvand è bravo a mantenere il film sul filo della problematica morale, offrendo però elementi concreti allo sviluppo del racconto, senza farne un film giallo o noir. Un problema morale non è mai nativo in sé. Teoreticamente, appartiene alla storia umana. E se la storia di un uomo è relativa a un ambiente segnato dalla religione, la traccia è trasparente nel comportamento normale, quotidiano, della persona. Man mano che la vicenda scopre l’altra faccia, dalla parte del padre della piccola vittima, leggiamo il caso anche dal punto di vista meno astratto e tuttavia non meno ideale. Moosa non è certo un benestante, mantiene la sua famigliola in condizioni precarie che lo inducono a qualche risparmio anche rischioso. Sua moglie non è per nulla d’accordo, come Sayeh (Hediyeh Tehrani), moglie e compagna anche di lavoro di Kaveh, non è in sintonia con le macerazioni interiori del medico. Senza aprire esplicitamente la discussione, il regista mette sul tavolo la questione morale non trascurando di tenerla ben agganciata al quadro culturale e storico di riferimento. Non poco rilevante, l’aspetto legale della vicenda, la quale prende la piega di un’indagine processuale alquanto ruvida e discriminatoria, indicativa del malessere non superficiale di una società non troppo semplicemente confrontabile con altre.

Franco Pecori

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10 maggio 2018