La complessità del senso
17 10 2017

Automata

film_automataAutómata
Regia Gabe Ibáñez, 2014
Sceneggiatura Gabe Ibáñez, Igor Legarreta Gómez, Javier Sánchez Donate
Fotografia Alejandro Martínez
Attori Antonio Banderas, Birgitte Hjort Sørensen, Melanie Griffith, Dylan McDermott, Robert Forster, Andy Nyman, Tim McInnerny, David Ryall, Lubomir Neikov, Harry Anichkin, Andrew Tiernan, Christa Campbell, Geraldine Somerville, Javier Bardem, Krasimir Kutsurapov, Stanislav Pishtalov, Benjamin Phillips, Micah Phillips.

Anno 2044. La scomparsa della razza umana è nel destino della Storia, ormai ravvicinato. Tempeste solari hanno traformato la superficie terrestre in un deserto radioattivo e ridotto la popolazione a 21 milioni di persone. Turbolenze atmosferiche hanno reso inutilizzabile la maggior parte dei sitemi di comunicazione, spingendo la civiltà verso una progressiva involuzione tecnologica. Paura e disperazione. Prospera la ROC Robotics Corporation, la società leader nel campo dell’intelligenza robotica ha creato il primo androide quantistico, l’Automata Pilgrim 7000. Deve servire alla costruzione di mura e di nubi meccaniche con cui proteggere gli ultimi umani. Circolano milioni di robot, controllati dall’uomo mediante due protocolli di sicurezza: il primo impedisce agli androidi di nuocere a qualsiasi forma di vita, il secondo impedisce agli stessi androidi di modificarsi o di modificare altri robot. Antonio Banderas è Jacq Vaucan, agente assicurativo incaricato di controllare le macchine difettose. Durante una delle ispezioni Jacq si accorge che qualcosa di anormale può essere successo. In un’atmosfera noir si sviluppa una tematica basata sull’intreccio evolutivo tra umanità e tecnologia. E’ il momento in cui l’intelligenza artificiale sta sorpassando quella dell’uomo. Il punto che dà senso alla storia è precisato dalla programmatrice dei robot, la scienziata Susan Duprè (Melanie Griffith), alla quale Vaucan si rivolge nella speranza che possa aiutarlo a scoprire cosa realmente stia accadendo. La polizia sembra disinteressata e la ROC fallirebbe se qualcuno trovasse il modo con cui gli aspirapolvere si riparassero da soli. La Duprè spiega a Jacq: «Lei è qui oggi perché tanto tempo fa una scimmia, dopo 7 milioni di anni, decise di scendere da un albero. Un robot senza secondo protocollo, oggi, ci metterebbe molto meno». Il cuore del film è filosofico più che fantascientifico: dobbiamo prevedere che la tecnologia possa prendere la via di un’evoluzione autonoma, poggiata sull’intelligenza artificiale? Il regista spagnolo, proveniente da corti e da esperienze di postproduzione avanzata, bene accolto nel 2009 alla Semaine de la Critique di Cannes con il suo primo lungometraggio, Hierro, sceglie di utilizzare il divo Banderas in un ruolo dai toni grigi e non eroici, Jacq è un uomo che sente su di sé la disperazione del mondo e vorrebbe tanto tirare fuori se stesso e la moglie incinta  (Birgitte Hjort Sørensen) dall’ambiente oppressivo in cui il lavoro lo costringe. E sul versante robotico la scelta narrativa è anche la valorizzazione della parte femminile, concretizzata dalle iniziative dell’unità Cleo, volte all’aggiornamento attuale della “discesa dall’albero”. Poetica e un po’ nostalgica la scena di Jacq e Cleo che ballano sulle note di “La mer”, di Charles Trenet. «Mi ami, Jacq?» chiede l’unità-femmina all’uomo, l’ultimo forse, ancora sensibile al richiamo affettuoso di un’umanità sull’orlo dell’abisso. Difficile, certo, muoversi con equilibrio tale da rendere giustificato l’elastico tra istanze umanistiche e (fanta)scientifiche – è valsa la pena di scendere da quell’albero? – in un film in cui l’elemento thriller tiene viva la tensione verso la filosofia scientifica e viceversa. Non sempre le sequenze mantengono il ritmo necessario, Ibáñez si lascia sedurre dal fascino della tematica, ma nel complesso il lavoro si tiene e stimola emozionanti riflessioni.

Franco Pecori

 

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26 febbraio 2015