La complessità del senso
19 10 2017

Ritratto di famiglia con tempesta

Umi yori mo mada fukaku
Regia Kore-eda Hirokazu, 2016
Sceneggiatura Kore-Eda Hirokazu
Fotografia Yamazaki Yutaka
Attori Hiroshi Abe, Yoko Maki, Taiyo Yoshizawa, Kilin Kiki, Lily Franky, Sosuke Ikematsu, Satomi Kobauashi, Isao Hashizume.

Il regista giapponese Kore-eda Hirokazu nasce come documentarista per la televisione e, passato al cinema, viene apprezzato nei festival di Venezia (Maboroshi 1995, Osella d’Oro) e Cannes (Distance 2001, Father and Son 2013, Premio della Giuria e Little Sister 2015). Ora conferma la sua scelta poetica e la sua preferenza stilistica, di misurata e trattenuta espressività nel trattare temi di tensione, amicizia e famiglia, progressivamente allargando le circostanze narrative verso problematiche più complessive, o almeno definite con maggiore estensione. Più che sensato il dichiarato riferimento al genio intenso e delicato del grande Ozu Yasujiro (basti pensare a Sanma no aji – Il gusto del sakè 1962, recentemente restaurato), però con una sorta di nuova adeguatezza “fotografica”, precisione circostanziale verso una trasparenza della metafora che fa traslucida l’ipotesi poetica fino a definirla nella sua compiutezza, come a freddarla. Raccontare il Ritratto di famiglia con tempesta sarebbe qui un esercizio letterario, poco utile alla lettura non superficiale del film. Non a caso, la scena si apre sulla figura di Yoshiko, madre del protagonista (la Kilin Kiki de Le ricette della signora Toku, Kawase Naomi 2015). L’anziana donna è indaffarata in cucina insieme alla figlia Kyoko (Yoko Maki). Sembra si stia parlando di nulla, ma l’atmosfera è intima e si percepisce l’importanza di ogni dettaglio. Kyoko ha con sé il figliolo, Shingo (Taiyo Yoshizawa). Si unirà a loro Ryota (Hiroshi Abe). Lo vediamo arrivare e abbiamo la sensazione che il problema è lui. La “riunione” è insieme casuale e prescritta dallo stesso destino che ha reso problematica la vita di Ryota. E’ lui che sta cercando i rendersi finalmente utile al futuro di suo figlio, risistemando una vita andata a male dopo le illusioni dello scrittore di successo, presto cadute. Figuriamoci, s’è messo a fare l’investigatore privato mentre continua a coltivare il vizio del gioco d’azzardo. La regia tiene vivo il filo del racconto/non-racconto aggiungendo nel focolare/moviola, senza darlo a vedere, un tronchetto alla volta. Quando il respiro rischia di farsi pesante, ecco una boccata di umorismo. Quando sembra che il tema della riconciliazione non sia più svolgibile, ecco la tempesta in arrivo: Kuoko accetta di fermarsi col bambino a dormire, si ritroveranno perfino in tre, con Ryota, nel letto grande. Tempesta naturale e tempesta familiare, preannunciata la prima e un po’ prevista la seconda, entrano nel medesimo quadro di assestamento dialettico, in una confluenza di senso che una scena in particolare, del colloquio tra Ryota e la madre, rende “dolcemente” coerente. Nel complesso, è rilevante la qualità denotativa del linguaggio dei personaggi rispetto ai modi più allusivi – metaforici in senso tecnico – con cui tendiamo a comunicare dalle nostre parti. Nella torta esistenziale del narrare, l’ingrediente non è secondario. [Dal Festivsl di Cannes 2016 (sezione Un certain regard) e altre rassegne: Toronto, Rotterdam, Londra, Chicago, Filadelfia, Melbourne]

Franco Pecori

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25 maggio 2017