La complessità del senso
21 01 2026

Il seme del fico sacro

Dāne-ye anjīr-e ma’ābed
Regia Mohammad Rasoulof 2024
Sceneggiatura Mohammad Rasoulof
Fotografia Pooyan Aghababaei
Attori Misagh Zare, Soheila Golestani, Mahsa Rostami, Setareh Maleki, Niusha Akhshi, Reza Akhlaghi
Premi Cannes 2024: Premio Speciale della Giuria.

Denuncia della teocrazia e fiducia nelle nuove generazioni. Il pericolo di vivere una vita sull’orlo abissale della Grande Bugia, che in nome di un Dio si possa imprigionare la libertà di donne e uomini, riducendo il loro comportamento ad una miserevole esecuzione di precetti. La traduzione dell’ossequio in schiavitù morale e asservimento sociale suggerisce un abisso talmente incolmabile da costringere ad una riflessione ampia, non riducibile. Il film dell’iraniano Mohammad Rasoulof – regista che ha pagato con sacrificio personale la libertà di esprimersi (giudicato complottista in patria, condannato a 8 anni ed esiliato) – invita con chiarezza a considerare insopportabili le condizioni illiberali dell’Iran. Dopo il trionfo del 2020 alla Berlinale (Il male non esiste), Rasoulof insiste sulla dimensione drammatica entro cui si imprigionano vicende “famigliari”, a specchio di situazioni più generali. In apertura, la scritta: “Il Ficus Religiosa è un albero dal ciclo vitale insolito. I suoi semi, contenuti negli escrementi degli uccelli, cadono sugli alberi. Le radici aeree spuntano e crescono. Poi, i rami si avvolgono attorno all’albero ospite e lo strangolano. Infine, il fico sacro sta in piedi da solo”. Segue la storia di un avido carrierista e della sua famiglia, a Teheran. Iman (Misagh Zare), nuovo giudice istruttore della Guardia rivoluzionaria a Teheran, nella prospettiva di altra promozione, selezionerà giornalmente decine e centinaia di persone da inviare a “processo” per comportamento contrario ai princìpi dettati dal potere. Amorevole e ossequiosa, la moglie Najmeh (Soheila Golestani) gestisce la casa e controlla l’educazione delle tre figlie, Sana (Setareh Maleki) e Sadaf (Niusha Akhshi), adolescenti, e Rezvan (Mahsa Rostami), già al college. In casa vige l'”ordine” e il “rispetto”, mentre dalla Tv e dalla strada arrivano segnali di ribellione. Con misurata maestria, Rasoulof trasmette il senso della costrizione quotidiana, tra vecchio perbenismo e nuove istanze, soprattutto femminili. L’uso dei telefonini e lo smalto alle unghie per le ragazze non sono soltanto occasione di svago. Simbolo della trasmissione del potere, la pistola che Iman ha avuto in consegna al momento della sua promozione, diverrà, per la sua misteriosa improvvisa scomparsa, chiave di “lettura” della crisi in atto, non solo personale. La drammaticità del tono ha avuto l’avvio dal ferimento (pallottole di gomma sparate sul volto) di una compagna di college di Rezvan. Sangue e dolore, pietosa assistenza, nuova coscienza del contesto in evoluzione. La regia ha gestito con efficace misura. Nell’ultima parte, il dramma soprattutto personale (fortemente simbolico) della perdita della pistola, trasforma la figura di  Iman in un oggetto narrativo eccessivamente allusivo e l’azione perde di efficacia realistica. Non sarebbe giusto svelare qui la soluzione, basterà dire che alla vicenda non sono estranee le ragazze del film. Nella parte centrale, impressionante l’irruzione del potere simbolico e perfino psicopolitico nel dramma famigliare. Il Potere rivela la propria identità “complessa” e la propria abissale compromissione. Nella qualità del prodotto, meritano riconoscimento le interpretazioni, del protagonista e delle coprotagoniste, tutte più che “giuste”, misurate, credibili.

Franco Pecori

20 Febbraio 2025