La complessità del senso
21 08 2017

Planetarium

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Regia Rebecca Zlotowski, 2016
Sceneggiatura Rebecca Zlotowski, Robin Campillo
Fotografia George Lechaptois
Attori Natalie Portman, Lily-Rose Melody Depp, Emmanuel Salinger, Louis Garrel, Amira Casar, Pierre Salvadori, David Bennent, Damien Chapelle, Robin Campillo.

Rebecca Zlotowski punta in alto. Già premiata a Cannes per i primi due film – Belle Epine (Semaine de la Critique 2010) e Grand Central (Un Certain Regard 2013) -, per la terza prova la regista parigina (1980) ha scelto tra le mitologie estetiche nientemeno che Hitchcock. Come sempre in Francia, il cinema di Hitch viene filtrato attraverso la sensibilità dell’Intelletto (Truffaut insegna) ed entra in un discorso autoriale spiccato e tendenziale. Qui la freccia dell’intuizione viene scoccata verso il centro del centro del centro del centro del problema (essenza) Cinema. In principio era il Prodigio, la meraviglia di vedere immagini in movimento che riproducevano un “vero” treno all’arrivo in stazione. Poi la Fantasia di viaggiare fino alla Luna, poi l’indicibile. La sete dell’Oltre percorse il mondo, tecnologia, scienza, psicologia, arte, perfino e fatalmente anche politica, sempre oltre: modi e scelte informali e trasferimenti del vero in astratto e, insieme, ansia del Totale. Il contatto estremo, la verifica della congiunzione Spirito-Corpo per giustificare il progetto definitivo per la Nobiltà dell’Uomo. Lo spiritismo non nasce a Parigi, è americano, di fine Ottocento (su Wikipedia si possono trovare le sorelle Fox). Ma l’Europa fu pronta ad accogliere il fenomeno a braccia aperte, nella perfetta visione dell’Oltre e nella fratellanza inventiva del cinematografo (David Wark Griffith). Definitivo e sperimentale insieme, l’andamento di Planetarium deriva dal tema sorgente, sentito sul filo di un’intimità sorgiva e costitutiva tra spiritismo e cinema, filo lungo il quale il film concentra e disperde un momento della propria esistenza. Il problema è la traccia, la distribuzione non ne è che la condizione volgare. Rispetto all’epoca vittoriana delle sorelle Fox, lo spostamento della storia agli anni ’30, epoca di razzismi e altre tragiche fantasie, accentua l’implicito target dell’Oltre, intridendo di ombrosa minaccia (guai a ridere) la suspence del racconto. Le sorelle americane, Laura (Natalie Portman) e Kate (Lily-Rose Melody Depp) Barlow – Kate “vede/sente” i fantasmi e Laura (la maggiore) l’accompagna e l’assiste – sono in tournée in Europa, approdano a Parigi e vengono accalappiate dal produttore cinematografico André Korben (Emmanuel Salinger). L’uomo ha altri interessi che non la semplice verifica dello spiritismo e lo sapremo più tardi. Qui Hitchcock non c’entra: non v’è panca che nasconda alcun cadavere e comunque non abbiamo anticipazioni che ci prendano alla gola. Verremmo piuttosto distratti da possibili coinvolgimenti psico/erotici manifestantisi durante le sedute spiritiche. Ma l’attrazione (Portman) risulta debole e poiché non dobbiamo certo scoprire oggi il carattere di “sòla” culturale degli spiritismi, ci resterebbe da goderci il tema del quarto e ultimo centro, la vita sul set, la trasformazione di Laura in attrice, l’immissione della donna nella sostanza misteriosa non più dei fantasmi bensì del cinematografo, del ciak, delle riprese,  dello straniamento necessario per l’azione nella finzione ripetuta e via discorrendo. Ma la Zlotowski sembra quasi non avvertire l’occasione. Verso la fine ci si chiarirà un elemento del racconto, importante per il personaggio di Korben e per la regìa, ma non più che un ingombrante MacGuffin ben poco hitchcockiano – postdatato e quindi afunzionale – per lo spettatore. “Non credere niente, spera tutto”, si  sente dire nel film. Certo il cinema non muore oggi. [Fuori concorso a Venezia 2016]

Franco Pecori

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13 aprile 2017