La complessità del senso
18 12 2017

The Hateful Eight

VERTICALE ITALIA data 3The Hateful Eight
Regia Quentin Tarantino, 2015
Sceneggiatura Quentin Tarantino
Fotografia Robert Richardson
Attori Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demian Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Derne, James Park, Dana Gourrier, Zoë Bell, Lee Horsley, Gene Jones, Keith Jefferson, Craig Stark, Belinda Owino, Channing Tatum.
Premi Golden Globe e Oscar 2016: Ennio Morricone mus.

Qualche anno prima dell’avventuroso viaggio nel New Mexico, da Tonto a Lordsburg, o forse – la guerra civile americana era comunque finita non da molto, nell’aprile 1865 – in quello stesso 1880 in cui i sette passeggeri della più famosa diligenza si erano trovati in compagnia di quel Ringo, cattivo/buono alla caccia degli assassini del padre e del fratello, un’altra diligenza viene bloccata, stavolta dalla neve nello stato del Wyoming. Volendo, nemmeno da quelle parti mancherebbero gli indiani, ma qui non vi sono inseguimenti né praterie. I viaggiatori, inizialmente due, diventano quattro quando al cacciatore di taglie e boia John Ruth (Kurt Russell), il quale conduce a Red Rock la ricercata per omicidio Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) per consegnarla al boia, si uniscono il maggiore dell’esercito nordista Marquis Warren (Samuel L. Jackson) e Chris Mannix (Walton Loggins), ex “ribelle” dalla Carolina e sedicente prossimo sindaco della città. I quattro si riparano in un emporio/rifugio di montagna dove trovano quattro sconosciuti. La proprietaria Minnie (Dana Gourrier) pare sia andata a visitare la madre, al suo posto c’è il messicano Bob (Demian Bichir). Gli altri tre sono l’inglese, altro boia, Oswaldo Mobray (Tim Roth), il cowboy Joe Gage (Michael Madsen) e il generale confederato Sanford Smithers (Bruce Dern). Si capisce presto che non c’è da aspettarsi niente di buono. Tarantino di bastardi se ne intende. Il regista dice di essersi ispirato, questa volta, non al cinema di serie B bensì alle serie televisive: Bonanza (1959-’73, oltre 400 episodi), Il virginiano (1962-’71) e Ai confini dell’Arizona (1967-’71). E pensare che il film di John Ford, nonostante le 7 nomination, ebbe soltanto l’Oscar per l’attore non protagonista (Thomas Mitchel). Ma forse siamo semplicemente stati sviati dall’assonanza del numero 8 (eight), il medesimo numero di viaggiatori nel western del 1939. E però, guardando alla forma dell’espressione, anche per rispetto dell’arte di Robert Richardson, direttore della fotografia, ci accorgiamo che, a contrasto con lo sviluppo del racconto, quasi tutto inquadrato all’interno del rifugio – sembrerebbe “alla tedesca”, ma il cinema muto degli anni Venti non c’entra veramente nulla -, inizialmente l’obbiettivo insiste sul paesaggio sterminato, neve, cielo, stormi di uccelli che si alzano in volo, nubi, alberi, Natura e immagini di un’estensione “infinita” rispetto allo schermo quadrato del cinema classico. Per la precisione, il film in formato panoramico alla Ben Hur (William Wyler, 1959), una variante del 70mm chiamata Ultra Panavision 70, si potrà vedere solo in tre sale, il cinema Arcadia a Melzo (Milano), il Lumière della Cineteca di Bologna e il Teatro 5 di Cinecittà Studios a Roma, quest’ultimo trasformato per la prima volta nella storia in una sala cinematografica. (*) Serie A o serie B, siamo immersi in una sensazione di Realtà naturale, Vera, a-diegetica, rispettosa della “obiettività dell’obbiettivo”. Fa parte del Malick/Iñárritu/paesaggio anche l’effige lignea di un Cristo in croce innevato. E’ la condizione tecnica che alimenta l’illusione del potere demiurgico del regista, mentre implicitamente – diremmo a dispetto teoretico – gli sottrae la qualità creativa. Nel corso dell’opera, il confronto tra spettacolo naturale e svolgimento rischia di risolversi nella sorpresa di un “trucco” estetico che sa di manierismo. Niente di nuovo in questo tipo di B-Movie. “B” ma grandioso, benedetto/maledetto dalla Natura e dalla cattiveria degli uomini. Insomma un Destino ingrato e inevitabile sembra incombere sulla vita difficile di persone/figure in preda alla legge delle pallottole. Si lascia la musica sontuosa d’apertura (Morricone “ispirato” come non mai). Spari e secchiate di sangue non potranno mancare in un film di Tarantino, regista sempre impegnato nella costruzione e gestione di un idealistico, per quanto distaccato e divertito/sarcastico all’apparenza, esercizio di spassionata/cinica denuncia del Male. Vedrete che in quel rifugio qualcuno avvelenerà il caffè, risolvendo in maniera furba e pratica quelli che potevano esser sembrati contrasti anche politici e culturali, il Nord e il Sud, il razzismo, la giustizia e l’avidità delle taglie. Tarantino attiverà anche un indovinello – gli indiani che non ci sono vengono comunque fuori alla maniera di un pedagogico “guardiamoci allo specchio” – gestito dal maggiore Warren, sull’autore del tranello letale, il caffè. L’ufficiale “negro”, si divertirà a spiegare, ai presenti e allo spettatore, attraverso quale via induttiva si può arrivare a stabilire l’autore dell’avvelenamento. Penserà poi lo stesso regista, con il quinto dei sei capitoli in cui si articola il film (cartelli neri che scandiscono il racconto, ma Brecht è lontanissimo), a rivelare il “vero” filo della vicenda, prima che il gioco del massacro progressivo sia arrivato all’osso – e non mancherà la sparatoria al ralenti. Nel miscuglio di fatti e ideali – ricetta comunque sottoposta al nervosismo spettacolare dei fucili e delle pistole – emerge il principio “civile”: «Quando ti prende il boia non muori per un proiettile», parola del nordista vincente e perfino amico del Presidente Abraham Lincoln. A più riprese durante il film il maggiore Warren confermerà la fondatezza della diceria che lo vuole in possesso di una lettera amichevole indirizzatagli da Lincoln in persona. Prima dei titoli di coda avremo modo di conoscerne per esteso il contenuto: «Abbiamo ancora tanta strada da fare..», dice il Presidente. Parole sante, nonostante e/o data l'”imperfezione” del destinatario (di un’America “buona” nessuna traccia). Mentalmente, possiamo anche asciugare la sovraesposizione del codice – evidentissima anche nei contributi ben consonanti dei grandi interpreti ed elaborata da Tarantino con magistrale B-fanatismo – e portare a casa il succo della lezione basica: un film si può vedere/interpretare da diversi punti di vista! Meglio se la strategia interpretativa non fosse esplicitamente prescritta dallo stesso regista. Ma, si sa, la distinzione tra estetica e poetica sarebbe stata fondamentale anche ai tempi del cosiddetto Neorealismo.

(*) The Hateful Eight è uscito il 29 gennaio 2016 in una pre-release nelle sole tre sale tecnicamente attrezzate in Italia per questo tipo di proiezione. Poi in tre giorni ha ottenuto un incasso di 107.828 euro, con una media per copia di 35.942 euro per un totale di 9.239 presenze. Alla Première del 28 gennaio, a Cinecittà, 888 invitati avevano assistito alla proiezione insieme a Quentin Tarantino, Kurt Russel, Michael Madsen e all’autore della musica, Ennio Morricone. 

Franco Pecori

Print Friendly

4 febbraio 2016