La complessità del senso
24 05 2018

La ruota delle meraviglie

Wonder Wheel
Regia Woody Allen, 2017
Sceneggiatura Woody Allen
Fotografia Vittorio Storaro
Attori Jim Belushi, Juno Temple, Justin Timberlake, Kate Winslet, Max Casella, Jack Gore, David Krumholtz, Robert C. Kirk, Tommy Nohilly, Tony Sirico, Stephen R. Schirripa, John Doumanian, Thomas, Guiry, Gregory Dann, Bobby Slayton, Michael Zegarski, Geneva Carr, Ed Jewett, Maddie Corman, Jacob Berger, Jenna Stern, Michael Striano, John Mainieri.

Woody Allen approfitta delle proprie nostalgie per raccontare storie quasi sempre (dimenticare To Rome with Love) ben ambientate. Il jazz tradizionale segna l’avversione per la “modernità” e fa da tappeto sonoro, legando le fasi della sceneggiatura in un andamento morbido e lasciando elastico per una gestione sopportabile dell’elemento drammatico (che non manca). Niente di sconvolgente, ma quasi niente di non presumibile, ironia (dote “per pochi”) compresa. Una volta si poteva essere snob. Il parco dei divertimenti di Coney Island richiederebbe un legame, un’intimità, ma comunque Wonder Wheel si può vedere anche da “esterni”. E personaggi come la Ginny si possono “sentire” nella loro imbarazzante confusione femminile, romantica, indiretta, storica, comunicativa, misteriosa, umana, anche se non si riesce nemmeno a immaginare la difficoltà di un ruolo come quello affidato appunto a Kate Winslet. E’ la magia di un cinema che si nutre di Classico attraverso digestioni leggere. Con quale coraggio diremo che si tratti ancora di una storia d’amore? Rischieremmo di sentirci dire: tutto qui? Non osiamo raccontarla in breve (che brutta parola la sinossi). Non è la casalinga degli anni ’50, anche lavoratrice frustrata, oppressa dai rumori dei divertimenti e dalle aspirine per il mal di testa, non è la moglie del ruvido padrone di giostre e pescatore con l’amo, amata di tutto cuore e senza grazia, non è la madre di Richie (Jack Gore) bambino cinefilo e dal vizio incendiario difficile da curare nonostante le cure psichiatriche. E non è nemmeno la donna finalmente innamorata e trasgressiva che si abbandona a Mickey, bagnino aspirante drammaturgo (Justin Timberlake), per un amore senza/con molta speranza. È qualcosa di più e di diverso, è la Winslet che si fa conoscere, che non si nasconde, che si propone nuda del costume d’epoca, quasi nonostante il film ma nel cinema tutta e senza riserve. Il suo è un invito appassionato affinché attraverso di sé possiamo sentire quanto impietoso sia stato il mondo verso tutti/e quelli/e come lei, verso le loro ansie di apertura, di liberazione, di affermazione delle proprie scelte, delle pulsioni al di qua dei codici dell’America libera. Potete non far più caso alla musichetta jazz tradizionale. Piace al regista ma non serve più di tanto a stare in compagnia di Ginny, donna che non va lasciata sola. Entra nel film l’elemento gelosia: Ginny ha appena intravisto una possibilità attrattiva per il bagnino Mickey – ma la sua è soprattutto un’illusione – ed ecco che la meraviglia d’un giro di ruota in più s’interrompe per la “fatale” – inconsapevole e in/”colpevole” – intrusione di Carolina, “maledetta figlia” di Humpty, miracolo nero riapparso al padre non consenziente seppure amoroso, ragazza ricercata per via di un marito per nulla perbene e bionda disponibile a entusiasmi istantanei verso l’insospettabile cultura classica di bagnini innamorabili. Suspence vagamente hitchcockiana (se ne conosce la fine, resta da vederne lo svolgimento), ma si potrà anche non farci caso. Non saremo noi a soffrirne quanto piuttosto l’intuitivo piccolo incendiario, sempre più inquieto e “fuochista” dimostrativo. L’obbiettivo infatti si sposta su di lui, come soggiogato da una calamita gestaltica, secondo la cui attrazione il fuoco della cinepresa s’indirizza seguendo il colore espressivo di uno Storaro in piena forma. Se nostalgia vi fosse pure stata, il film ha mostrato gli anticorpi necessari e l’arte del raccontar di sé ha curato – grazie Winslet, grazie Allen – il disturbo incombente.

Franco Pecori

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13 dicembre 2017