La complessità del senso
27 06 2017

My Italy

My Italy
Regia Bruno Colella, 2017
Sceneggiatura Bruno Colella
Fotografia Blasco Giurato
Attori Marco Tornese, Bruno Colella, Lina Sastri, Piera Degli Esposti, Jerzy Stuhr, Serena Grandi, Maciej Robakiewicz, Rocco Papaleo, Nino Frassica, Enzo Gragnaniello, Nicola Vorelli, Sebastiano Somma, Eugenio Bennato, Alessandro Haber, Tony Esposito, Edoardo Bennato, Pietra Montecorvino, Remo Remotti, Luisa Ranieri, Rino Barillari, Enzo Aisler, Claude Pommier, Francesca Tasini, Judith Freiha, Leonardo Lacaria, Giovanni Allocca, Alessandra Bonarota, Sonia Totaro, Giancarlo Bizzarri, Achille Bonito Oliva.

Tra il serio e il faceto, il problema di capire l’arte oggi. Incomprensibile ai più, lontana dalla sensibilità comune – indimenticabili i due fruttivendoli romani, Remo Proietti (Alberto Sordi) e la moglie Augusta (Anna Longhi), in visita alla Biennale (episodio Le vacanze intelligenti del film Dove vai in vacanza?, 1978) -; o soggetta al giudizio sprezzante di chi liquida l’opera con un “Sarei capace anch’io”. E però, a pensarci, le migliaia (milioni?) di “croste” o di opere-cascame rispetto ai capolavori che il tempo ha filtrato attraverso i secoli, non sarebbero di numero così inferiore, forse, rispetto al cumulo di “oggetti” ritenuti troppo “facili” che l’arte contemporanea deposita oggi dal setaccio dei valori estetici. A pensarci, il fare artistico è consistito e consiste tuttora nel formare oggetti, trasformarli, trasferirli, proporli, riproporli, ricollocarli, contestualizzarli e farli e rifarli ogni volta per finalità diverse, oggettive e/o soggettive, indicative dello scopo o “misteriosamente” insondabili. In sintesi: espressioni, prodotti espressivi, oggetti il cui senso muta nel contesto imprescindibile, ineliminabile. Oggetti riconosciuti come tali, ossia oggetti oggettuali: e che altro? Ovvio che per “oggetto” non s’intende necessariamente la “cosa” materiale. E comunque, la “cosa” non è davvero materiale, se non fuori dal linguaggio, perciò mai. Tra il serio e il faceto, viene fuori un “filmetto” divertente sulla circolazione dell’arte e degli artisti nel mondo attuale, globalizzato e tuttavia percorribile anche porta-a-porta. Il rapporto tra azioni – spostamento di oggetti – e committenza è verificabile andando a incontrare i singoli artisti mentre operano e si muovono nell’ambiente. E’ ciò che ha pensato Bruno Colella – attore, autore e regista teatrale frequentatore della contemporaneità, al suo quinto film (Amami 1992, Ladri di barzellette 2004) – , puntando al coinvolgimento di artisti stranieri, i quali hanno scelto di abitare a Roma e di frequentare l’Italia. Sicché, arte nell’arte, dato l’ambiente già esteticamente non poco “attrezzato”. Il filo narrativo è dichiaratamente pretestuoso, ma strada facendo diverrà anche produttore di senso. Un produttore cinematografico e il suo assistente girano per l’Europa alla ricerca di fondi per un film da fare sulla vita e le opere di quattro protagonisti dell’arte contemporanea: il polacco Krzysztof Bednarski, il danese Thorsten Kirchhoff, l’americano Mark Kostabi ed il malesiano H.H. Lim. Vediamo chi sono e come vivono/vedono l’Italia. Con umorismo e sottile ironia Colella, mentre cerca di organizzare il film he ha intesta, mette in gioco se stesso e il cinema-documento. Ciascun particolare riguardante gli artisti prescelti suggerisce una riflessione sul “fare” e sulle preferenze che il fare comporta, insomma ci si aprono porte interpretative, chiavi di lettura del senso prodotto e veicolato dalle singole opere e dal complesso delle opere le quali “parlano” attraverso, anche, il carattere dei personaggi. Il viaggio esplorativo comprende una serie di interpunzioni, inserti esplicativi ma non certo bignameschi, dato che gli interventi sono opportunamente personalizzati nella figura del critico e storico dell’arte contemporanea, Achille Bonito Oliva. Si viaggia attraverso l’Italia e si verifica, a tratti con stupore, che l’arte può agganciare la “realtà” e fare presa sulle persone più diverse. La vedova di un camorrista napoletano (Lina Sastri) pretenderebbe per la tomba del marito una copia della scultura che Bednarski ha concepito per il regista Kieslowski, nel cimitero di Varsavia. Paradossi e surrealismi si susseguono in esemplari lezioni sul campo, come quella in cui l’installazione di Kirchhoff, esposta alla Certosa di Padula (Salerno), viene scambiata per “reale” da un idraulico inesperto (Rocco Papaleo), il quale non s’accorge che il rumore dell’acqua non è dovuto a una perdita in un vero bagno. L’artista è costretto a partire per recarsi a controllare il da farsi e lungo la strada, per un guasto all’auto, incontra Nino Frassica, meccanico assurdo. Il pittore Kostabi bussa alle porte di personaggi della cultura tentando di vendere i propri quadri e sublima ancor più il criterio del “cambio merci”, quando siede nei ristoranti per il pasto quotidiano. Il vagabondaggio prende toni di astrazione spinta quando il malesiano H.H. Lim, specialista in autocontrollo nell’organizzazione espressiva, prende a seguire una bella donna che cammina, dal centro alla periferia estrema. E alla fine, si farà il film? Quando e con quali soldi? Intanto, abbiamo imparato molto sul senso dell’arte e ci siamo anche divertiti.

Franco Pecori

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18 maggio 2017