La complessità del senso
19 08 2017

The Startup – Accendi il tuo futuro

film_thestartupThe Startup – Accendi il tuo futuro
Regia Alessandro D’Alatri, 2016
Sceneggiatura Francesco Arlanch, Alessandro D’Alatri
Fotografia Ferran Paredes Rubio
Attori Andrea Arcangeli, Paola Calliari, Matilde Gioli, Luca Di Giovanni, Matteo Leoni, Matteo Vignati, Guglielmo Poggi, Lidia Vitale Thomas Peyretti, Federico Ceci, Loris Loddi, Massimiliano Gallo, Stefano Usberghi.

Matteo Achilli (Andrea Arcangeli) è all’ultimo anno di liceo scientifico, spera di avere successo nel nuoto e poi anche di venire accettato all’università Bocconi di Milano. Siamo a Roma, periferia di Corviale. Il ragazzo è di famiglia operaia, il padre Armando (Massimiliano Gallo) sta perdendo il lavoro, ma insieme alla madre Monica (Lidia Vitale) è pronto a fare sacrifici per il futuro del figlio. La ragazza di Matteo, Emma (Paola Calliari), di provenienza borghese, frequenta una scuola di danza classica. In piscina, il giovane nuotatore deve imparare presto che non basta essere primi “in vasca”, oltre alle bracciate contano altre “qualità”, esterne al merito sportivo. Per Matteo è un momento importante. Finito brillantemente il liceo, si trasferisce a Milano per frequentare l’università, Emma potrà seguirlo puntando alla Scala. Ma che fare nella vita? Quale lavoro cercare e soprattutto come cercarlo? L’idea che il mondo vada in un certo modo, secondo parametri di valore ingiusti, spinge il ragazzo ad attingere alla propria intelligenza. Invece di andare a “giocare al calcetto”, per trovare “appoggi” nelle amicizie occasionali, Matteo si affida alla propria intelligenza. Sarebbe bello – pensa – se ciascuno potesse trovare il giusto posto in una classifica calcolabile matematicamente, secondo un algoritmo che sapesse gestire l’insieme dei “meriti” realmente acquisiti, escludendo la possibilità di metodi clientelari – classifica da mettere a disposizione dei datori di lavoro. Bravo al computer, Matteo ha in mente un programma che agevoli le aziende nella ricerca “obbiettiva” di personale. Con l’aiuto di Giuseppe, ingegnere informatico (Luca Di Giovanni), il giovane mette a punto lo startup che battezza col nome di Egomnia – dal latino, Ego e Tutto. Al primo impatto, il programma ha un vistoso successo e l’ingegnoso Matteo entra subito in un nuovo giro che potrebbe definirsi “liquido” o “volatile”, nell’ambiente rarefatto, tipico della nuova società dell’immediatezza globalizzante, dove tutto è istantaneo e i cui riti sono perfettamente omogenei ai miti che li governano. Entrano in gioco personaggi organici alla finzione di una vita regolata dalle leggi della “presenza”, come  Cecilia (Matilde Gioli), direttrice della rivista universitaria, o come Valerio (Matteo Leoni), principe delle “in” relazioni. I sogni originari di Matteo ed Emma, delle glorie sportive e di quelle artistiche, sembrano svanire nella nube dorata del successo fulmineo. Non raccontiamo tutto, vedremo che non tutto ciò che brilla è sempre oro e che si può, rientrando in se stessi, ritrovare la dimensione più umana e più vicina alle proprie tendenze culturali e sociali. Il tema del film, “ispirato a una storia vera” (Matteo Achilli esiste nella realtà, a 24 anni ha una società con quasi 20 dipendenti), sembra ubbidire a una necessità, estemporanea all’apparenza quanto profonda e radicata nella storia. Al di là dell’istanza vagamente utopica del liceale (la graduatoria obbiettiva), emerge la questione del lavoro oggi. Il lavoro è una parola che, sul versante materialistico (non è una parolaccia e, d’altra parte, “il lavoro nobilita l’uomo” o “rende liberi” è espressione interpretabile in vario modo, come dimostra la storia), è andata perdendo il proprio significato, di “rapporto” nel sistema produttivo. Un significato legato al piano della progettualità non meramente tattica bensì strategicamene orientata secondo un disegno anche filosofico, che possa dare senso al futuro del mondo. Si è tendenzialmente passati dal concetto di rapporto a quello di prodotto, quasi si potesse trattare di un prodotto valido in sé, acquistabile al mercato. L’altra faccia della medaglia è appunto la bolla di sapone, speculativa. Un recupero algoritmico sarà pure possibile, ma sarebbe utile al piano strategico quando non si identificasse in un progetto strumentale. Il film di Alessandro D’Alatri lascia spazio a una tale correttezza di pensiero, lasciando anche però, per la strada estetica, una certa ridondanza del senso, dovuta a una doppiezza della scelta narrativa: scene brevi che registrano l’accadere significativo e inserti situazionali prevedibili e di debole rafforzo narrativo. Confermata comunque la tendenza del regista romano (1955), maestro del film pubblicitario, a impegnarsi con disinvolta gradevolezza in temi dal sapore contemporaneo (Americano rosso 1991, Senza pelle 1994, Sul mare 2010).

Franco Pecori

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6 aprile 2017