La complessità del senso
18 12 2018

Non dimenticarmi

Al Tishkechi Oti
Regia Ram Nehari
Sceneggiatura Nitai Gvirtz
Fotografia Shark De Mayo
Attori Nitai Gvirtz, Moon Shavit, Eilam Wolman, Rona Lipaz-Michael, Lev Keret, Tal Berkovich, Carmel Beto.
Premi Torino 2017, Miglior Film, Nitai Gvirtz Miglior attore, Moon Shavit Miglior Attrice.

L’israeliano Ram Nehari, dopo alcune regie per la Tv, approda al lungometraggio cinematografico con un film inquietante quanto leggero, drammatico e documentario, profondo e semplice. Insomma pieno di contenuti nascosti e insieme piacevole e anche divertente come una commedia. Pazzia e ragione, disturbi individuali e loro radice e complicanza sociale, incisività dei sentimenti, limite della libertà, desiderio di morte e ansia di vita vera, tutto si mescola senza confusione, seguendo l’incontro casuale dei due protagonisti, giovani “prigionieri” delle convenzioni e di se stessi, delle proprie istanze personali. Psichiatria e cura estrema del corpo, filosofia della nutrizione e soggettività della musica, insofferenza per le regole “obbiettive” dettate dalla società, sono alcuni dei parametri entro cui si agita il disagio di Tom (Moon Shavit) e Neil (Nitai Gvirtz), una ragazza e un ragazzo che la vita vuole far incontrare. Bravissimi gli attori ad attingere anche alle proprie esperienze – si avverte una recitazione “naturale” che non può essere soltanto tecnica -, ma bravo il regista a bilanciare la libertà/levità del racconto con la ricchezza di senso delle singole sequenze. Tom, costretta dalla famiglia a curarsi per i suoi disturbi alimentari, capisce i limiti della propria problematica e vuole gestirli secondo una radicalità interna dovuta in parte anche a un idealismo giovanile. Neil ama il suono del suo bassotuba, vorrebbe andare in tournée con quelli che ritiene suoi amici, salvo poi accorgersi che Alon (Eilam Wolman), il chitarrista, è a dir poco confuso nel comportamento. E pesano su di sé certe visioni strane, di musicisti che roteano gli occhi e si muovono come scheletri. Quando per caso Tom e Neil si incontrano, un cortocircuito si attiva e accende un rapporto fatto di fisicità, intuizione, paradossi, razionalità provocatoria, libertà d’azzardo, contestazione radicale aprogrammatica. L’attrazione tra di loro è “intuitiva”, il piacere che provano a fuggire incontro alla libertà paga il prezzo di una solitudine sociale che li rende a rischio di “smemoratezza” storica. Tom vuole andar via a Berlino con Neil, mentre la madre (Rona Lipaz-Michael) non riesce a dimenticare che la Germania è il paese che “ha strappato i figli alle loro madri bruciandoli al suono di musica classica”. La ragazza è attenta alle proprietà dei sapori, mangiare un gelato pone un problema di consapevolezza non solo del gusto; accende la fiammella dell’accendino per accostarne il calore alla lingua, sua e di Neil, sospira di voler “appassire, scomparire lentamente”. Eppure il ragazzo sente di amarla proprio per le cose che lei gli dice. Nulla è da dimenticare, non c’è spazio per la mediazione, ciascuna scelta è inevitabile, essendo però il parametro di riferimento inversamente sicuro, svincolabile per necessità contingente da un qualsiasi qualunquismo. Alla fine, anche un filmetto da ricordare.

Franco Pecori

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15 novembre 2018