La complessità del senso
17 12 2017

Victoria

film_victoriaVictoria
Regia Sebastian Schipper, 2015
Sceneggiatura Sebastian Schipper, Olivia Neergaard-Holm, Eike Frederik Schulz
Fotografia Sturla Brandth Grøvlen
Attori Laia Costa, Frederick Lau, Franz Rogowski, Burak Yigit, Max Mauff
Premi Berlino 2015: Sturla Brandth Grøvlen fot.

Da Madrid a Berlino. Victoria (Laia Costa) è una ragazza spagnola, da tre anni è nella capitale tedesca, lavora in un bar per 4 euro l’ora, è sola. Una sera incontra in discoteca un gruppo di quattro giovani, molto amici tra loro, sfrenati e vogliosi di passare la notte. Senza spiccate ambizioni, Sonne (Frederick Lau), Boxer (Franz Rogowski), Blinker (Burak Yigit) e Fuss (Max Mauff), amano girovagare in auto prese a prestito, bere birra offerta da rivenditori sonnolenti, ritrovarsi sulla terrazza di un grande condominio che da sempre è il loro covo esistenziale. A notte fonda, ridendo e scherzando,  la comitiva si trasferisce su quel “tetto del mondo” esclusivo e proibito, un po’ come fanno i bambini con le loro capanne-rifugio. Victoria va con loro, un filo si sviluppa tra lei e Sonne. Quando si fa l’ora di aprire il bar, la ragazza deve lasciare la compagnia, Sonne si trattiene con lei, un pianoforte è l’occasione per evocare l’infanzia della piccola prigioniera del duro conservatorio. Dopo il “cazzeggio” spensierato della nottata, affiora un sentimento delicato, il barlume di un mondo, di una vita che avrebbe potuto essere diversa. E specialmente diversa da quella che ora Victoria sta per conoscere. Boxer deve ricambiare, per rispetto a un codice interno alla malavita, un favore ricevuto durante un suo soggiorno in carcere. Gli altri lo aiuteranno e con loro Victoria. Sembra un gioco e forse lo è, un po’ come in tante situazioni “normali” della vita, quando le persone sembrano personaggi di una pièce. Coinvolgimento fatale, casualità astratta e implicativa, realtà e thriller intessono una loro forma convenzionale. Notiamo che il film non ha tagli, è composto di una sola sequenza, saranno 140 minuti. Scarto di stereotipi, scelta della minore probabilità, il che significa maggiore informazione: allo spettatore la libertà di coglierne la qualità. «Non voglio la comodità – dichiara il regista -, voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo vero, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato». L’attore tedesco Sebastian Schipper (Lola corre 1998, Coconut Hero 2015), ora alla seconda regia (la prima Ein Freund von mir  era del 2006), cita “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley per dire: «Questi sono i film! Questo è il cinema! Per questo ci andiamo. Ma nella maggior parte dei casi vediamo solo ‘comodità’». Per indicare poi la distanza da certi condizionamenti dovuti all’abitudine ai videogiochi, Schipper aggiunge: «Victoria non è candy crush. È poesia, pericolo, libertà e peccato». Il risultato artistico è stato apprezzato al festival di Berlino con il premio alla fotografia di Sturla Brandth Grøvlen. Ma proprio nel dare il giusto valore al film va detto che, per denunciare la standardizzazione di genere, nutrimento della stragrande maggioranza dei film in circuito, non è necessario toccare le sponde estreme del “tic” combinatorio (videogiochi). Ogni linguaggio, anche delle immagini dinamiche e sonore, non può comunque prescindere da riferimenti paradigmatici che diano sensatezza al significato. E per quanto un autore cerchi di ridurre la distanza tra “oggetto” e “espressione”, la mitologia della Verità è destinata a restare tale. La trasparenza del mezzo non sarà assoluta. L’utopia della creazione, o della ri-creazione, ha perseguitato i cineasti fin da quando si cominciò ad apprezzare il valore “documentario” dell’Arrivo del treno dei Lumière. Senza farla lunga, ecco poi il Kinoglaz (Cineocchio) dell’Uomo con la macchina da presa (Dziga Vertov) ed ecco il Neorealismo italiano (Zavattini: un film lungo quanto la vita di un uomo), fino alla significativa insistenza dell’invadente slogan di vendita: “Tratto da una storia vera”, ultimo segmento della scia illusionistica nell’uso referenziale di quella che Schipper chiama appunto “comodità”. Al dunque, l’ideale di un film “senza montaggio” è facilmente smontabile dal concetto stesso di “montaggio interno”, elaborazione implicita che ogni inquadratura contiene costitutivamente in sé; concetto che, ovvio, riguarda anche il piano sequenza, di qualunque durata si tratti. Non è soltanto la mancanza di stacchi a rendere il senso centrale di Victoria, ossia l’essenzialità dell’insignificanza di una vita “libera” in un paese non-straniero. Da giovani, gangster da incontrare o meno.

Franco Pecori

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23 marzo 2017