La complessità del senso
17 12 2017

Take Shelter

Take Shelter
Jeff Nichols, 2011
Fotografia Adam Stone
Michael Shannon, Jessica Chastain, Shea Whigham, Katy Mixon, Kathy Baker, Ray McKinnon, Lisagay Hamilton, Robert Longstreet.
Sundance, Cannes Semaine de la Critique 2011

Curtis (Shannon) è un semplice operaio di campagna. Vive nell’Ohio con la moglie Samantha (Chastain) e con la piccola Hannah. La bambina, priva dell’udito, è il primo segnale di turbamenti che poi colpiranno con progressiva insistenza la psiche dell’uomo, fino a bloccarne l’esistenza in un incubo insostenibile. Dal cielo si avvicinano nubi nere e la paura dell’uragano diviene man mano qualcosa di più complesso, che va oltre la normale attenzione ai fenomeni della natura “nemica”. Il regista sa approfittare del paesaggio per farne quasi il personaggio principale, larghe pianure, cieli minacciosi che, uniti al mutismo di Hannah e alle visioni notturne di Curtis, minacciano di incidere troppo pesantemente sulla resistenza femminile di Samantha. Mentre in Curtis avanza l’idea della necessità di costruirsi un rifugio contro la distruzione che avanza ineluttabile, anche la comunità d’attorno sembra venire influenzata dai turbamenti del protagonista. Il film arriva nelle sale preceduto da buona critica e dagli applausi festivalieri, ma ci sembra alquanto manieristico. C’è modo e modo di far passare sullo schermo il mistero, il dubbio, la suspense. Già di per sé le immagini cinematografiche contengono una quota costitutiva di ambiguità, dovuta al loro essere costruite e tagliate e al loro conservare l’impronta della registrazione originaria, ma poi vi può essere l’intenzione del regista di sottolineare alcuni aspetti della trama e alcune caratteristiche dei personaggi, sicché anche la più normale delle situazioni rivela quasi senza nemmeno volerlo aspetti della “realtà” che altrimenti sarebbero sfuggiti all’osservazione. Ed è qui che lo stesso carattere “documentario” del cinema lascia scoprire – come dire – il suo lato debole. Dentro a questa sorta di gabbia oggettiva, v’è comunque la possibilità di variazioni e varianti anche notevolmente vistose. Tanto per dire, c’è Hitchcock e c’è De Palma. E sono molti i modi di fare “paura” allo spettatore, rendendolo partecipe e consapevole della lavorazione del film o mantenendolo all’oscuro del procedimento “magico” che dovrà coinvolgerlo emotivamente. In Take Shelter il regista lascia trasparire nettamente quella che potremmo chiamare una sorta di “paura di Hitch”: da un lato Nichols ci mette al corrente di una certa carica “aggressiva” della normalità (oggetti e azioni) verso di noi spettatori ingenui, dall’altro lato mostra senza ritegno di essere alla ricerca di una causa non-spiegabile, la quale dovrebbe, in quanto tale, tranquillizzarci rispetto al destino nostro e del mondo intero. Insomma, mentre in Hitchcock tutto resta comunque tranquillo per noi, e la suspense è scaricata non sul dubbio ma sul modo della soluzione (L’ambiguità de Gli uccelli, del 1963, solo in apparenza può sembrare meno internamente giustificata),  qui è proprio un dubbio universale a crescere e catapultarsi fuori dal film, fino a spingerci sul limite di pensieri attoniti che riguardano il nostro interno individuale e la coscienza collettiva dell’incertezza presente. Una bella confusione che ci sbalestra a cavallo dell’arte cinematografica e che rischia di portarci sul versante di un malickismo di cui non si sentiva il bisogno. È comunque curioso che quest’opera seconda dell’americano Jeff Nichols (del 2007 è Shotgun Stories, passato a Berlino) provenga, oltre che dal Sundance, dal medesimo festival di Cannes (però dalla sezione Semaine de la critique) che ha impalmato l’autore di The Tree of Life. È una sorta di insistenza del caso, o la “paura di Hitch” ha un suo fondamento attuale?

Franco Pecori

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29 giugno 2012