La complessità del senso
28 06 2017

Still Alice

film_stillaliceStill Alice
Regia Richard Glatzer, Wash Westmoreland, 2014
Sceneggiatura Richard Glatzer, Wash Westmoreland
Fotografia Denis Lenoir
Attori Julianne Moore, Kristen Stewart, Alec Baldwin, Kate Bosworth, Hunter Parrish, Set Gilliam, Shane McRae, Stephen Kunken, Erin Darke, Daniel Gerroll.
Premi Oscar 2015: Julianne Moore attrice.

Memoria e calcolo, essenza della comunicazione. Alice Howland (Julianne Moore), brava professoressa di Linguistica alla Columbia University, spiega bene il concetto ed è seguita con passione e interesse dai suoi studenti, con i quali ragiona di fonologia e di fonetica. Alla festa del suo cinquantesimo compleanno conosciamo tutta la famiglia, il marito John (Alec Baldwin) e i tre figli, Anna (Kate Bosworth), Lydia (Kristen Stewart) e  Tom (Hunter Parrish). Dal tono delle battute di circostanza, l’arrivo degli invitati, i regali alla festeggiata, il brindisi ecc., non ci aspetteremmo un seguito speciale, non si nota alcuna differenza con il generico parlare anche stereotipo tra famigliari in certe occasioni. Se mai, il modo di fare specialmente di Alice sembra su un gradino sottostante rispetto alla professione “alta” della docente universitaria, la cui disciplina di ricerca farebbe pensare a una cifra di comportamento meno appiattita sulle convenzioni. Si notano tuttavia alcune tensioni madre-figlia, con Anna, sposata e incinta, e soprattutto con Lydia. Alice la vorrebbe al college mentre la ragazza è decisa a continuare nella sua ricerca teatrale, da attrice impegnata ai primi tentativi. Target medio-alto, lavori importanti, appartamenti del tipo lusso, nessun problema di soldi. Anche John ha il suo da fare, la sua professione lo porterà presto lontano da casa. Ma c’è un punto in cui tutto cambia, a cominciare dal rigore estetico della regia. Dal tran-tran introduttivo ambientale l’occhio della cinepresa passa ad occuparsi specificamente della protagonista. La ragione è data da un incidente durante la lezione che Alice è chiamata a tenere a Los Angeles. Un improvviso vuoto di memoria crea un momento di grave imbarazzo nella ricerca di un termine sostitutivo durante l’esposizione. La presenza schermica della protagonista sale d’importanza come per una magia registica e d’ora in poi il film diventa un altro. L’obbiettivo è puntato all’interno della coscienza di Alice e non smette più di indagare sulle conseguenze prossime e anche più lontane dell’irruzione del male nella vita del personaggio. La conferma del fatto che qualcosa non funziona nel suo cervello viene da un secondo episodio, con la perdita di orientamento e quasi di coscienza durante il jogging presso il campus abitualmente frequentato. Alice crede di avere un tumore e invece il neurologo a cui si rivolge, il Dott. Benjamin (Stephen Kunken), sentenzia: Alzheimer precoce ereditario. Il linguaggio si fa preciso, scientifico e gelido, non più convenzionalmente “quotidiano”, l’attrice si immerge in se stessa, con una bravura davvero fuori dal normale. Mentre, passo dopo passo, si prende coscienza anche scientifica della gravità di quell’Alzheimer, sul piano espressivo si viene coinvolti nella progressione in negativo, o se si vuole, nel processo di cancellazione del “materiale” che dalla nascita in poi ha costituito l’insieme delle esperienze di Alice nella sua mente, la sua storia personale, i suoi affetti, il modo di ragionare, di scegliere, di confrontarsi. Anche lasciando stare il riferimento di partenza per il film, il libro di Lisa Genova, e la condizione di sofferenza, “inversa” rispetto all’Alzheimer, di uno dei due registi, Richard Glatzer, colpito da Sclerosi Laterale Amiotrofica, colpisce la capacità degli autori di mantenere una costante lucidità nel tracciato scientifico, mai ridotto a semplice divulgazione; e anzi di fondare su di esso la sostanza non solo del contenuto bensì della forma espressiva. Essenziale è l’apporto artistico di Julianne Moore, la cui sapienza nel dominio di sé rispetto alle esigenze della ripresa risulta di straordinario valore umano oltre che tecnico. Il film si trasforma in modo coinvolgente per lo spettatore in un thriller dell’anima, espresso senza discostarsi e attenendosi, invece, alle specifiche dei mezzi (l’uso del computer che per Alice si fa via via più essenziale, fino a trasformarsi in tremenda utility in vista di una prevedibile soluzione finale), con una “scrittura” cinematografica puntuale quanto sensibile al respiro e alla fisicità emotiva. E alla fine, sarà proprio la scelta di Lydia – scena che qui conviene non descrivere – a chiudere la vicenda con un rilancio poetico e amorevole, degno di un’umanità, al momento, soltanto auspicabile. [Festival Internazionale del film di Roma, linea Gala]

Franco Pecori

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22 gennaio 2015