La complessità del senso
16 11 2018

La stanza delle meraviglie

Wonderstruck
Regia Todd Haynes, 2017
Sceneggiatura Brian Selznick
Fotorafia Edward Lachman
Attori Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Jaden Michael, Cory Michael Smith, Tom Noonan, Michelle Williams, Amy Hargreaves, Morgan Turner, Sawyer Nunes, James Urbaniak, Damian Young, Hays Welford, Ekaterina Samsonov, Anthony Natale, Raul Torres, George Aloi.

Il cinema cerca le sue meraviglie sempre più spesso negli effetti speciali, nella postproduzione. Si dà per scontato che gli spettatori siano esperti conoscitori delle mitologie che fanno da referente alle storie, ciascuna di esse s’incatena alla altre in una sequenza costitutiva. Ma vi sono le splendide eccezioni, con l’apporto di scrittori il cui immaginario non prescinde certo dalla valenza anche cinematografica dell’immaginazione ma preferisce attingere a una fantasia dal retroterra sicuro, sperimentato nella vita usuale. Nei racconti di Brian Selznick, per Martin Scorsese in Ugo Cabret (2011) o qui per Todd Haynes, gli “oggetti” in questione (filo narrativo, simbologie attinenti al vissuto, ricordi e fantasia) sono riferibili a “normalità” possibili, le quali possono sfociare in esiti straordinari, ma senza interventi miracolosi. Non altri mondi, piuttosto un mondo altro sotto la guida e l’impulso della curiosità di anime giovani, della sperimentazione progressiva, della memoria utilizzata come scrigno prezioso di acquisizione. Tutto resta nel recinto della singola umanità e storia dei personaggi, l’esterno siamo noi. C’è una nonna (Julianne Moore) che attende di essere ritrovata (e di ritrovarsi). È radice, è riferimento, calamita, ancoraggio. La fantasia di Ben (Oakes Fegley), un ragazzino, può svilupparsi e andare lontano. Ben non ha mai conosciuto suo padre, l’incubo di un lupo che lo insegue lo spinge “di corsa” dal Minnesota a New York, ha in tasca un ritaglio di giornale che riguarda sua madre. E una ragazzina può invece essere sorda e muta e sentirsi isolata finché non avverte la tentazione irresistibile di seguire le tracce di un’antica diva del cinema muto (in bianco&nero). La sordità di Rose (Millicent Simmonds, nella prima fase) troverà compagnia, addirittura da un’epoca all’altra, dal 1927 della sua vita nel New Jersey al 1977 della vita di Ben. Può sembrare meccanica la trovata del fulmine che cade forte e vicino al bambino rendendo non udente anche lui, ma quell’annullamento del suono lo rende simile a Rose e la similitudine è di una qualità metaforica capace di condurre sul filo della storia e attraverso il mondo intero lo spettatore nel cuore dei personaggi, fino a chiudere gli occhi in un paradosso della mancanza, in uno schermo “invisibile” e “muto”. Inutile sottolineare il sentimento, al limite della nostalgia estetica, di un cinema silenzioso eppure a suo modo sonoro. È una vita, quella di Ben e Rose, che ci portiamo dietro, una traccia che ci offre l’immagine del mondo come un modello in scala, è una New York colorata e fantastica, dove si può lasciare al futuro un messaggio scritto, una storia da raccontare. Passeremo per una libreria, dopo aver magari incontrato in un museo un amico, un altro ragazzino (Jaden Michael), generoso, tanto per non sentirci unici. La spiegazione sarà il caso di dimenticarla, sperando che le luci in sala non si riaccendano. In conclusione, non si creda che il cinema di Todd Haynes abbia improvvisamente preso la via della fuga. Il bello della sua fantasia è nella fedeltà assoluta al verosimile, nella precisione dei dettagli, nella finzione consapevole delle rivisitazioni epocali. Una gabbia aperta.

Franco Pecori

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14 giugno 2018