La complessità del senso
17 12 2017

Nessuno mi pettina bene come il vento

film_nessunomipettinabenecomeilventoNessuno mi pettina bene come il vento
Regia Peter Del Monte, 2014
Sceneggiatura Chiara Ridolfi, Peter Del monte, Gloria Malatesta
Fotografia Marcello Montarsi
Attori Laura Morante, Andrea Denisa Savin, Jacopo Olmo Antinori, Maria Sole Mansutti, Sergio Albelli, Monica Dugo, Luigi Iacuzio, Diego Ribon, Paco Reconti, Paolo Graziosi, Massimiliano Carradori, Aurora Garofalo, Marco Paparoni, Giada Cortellesi, Irina Ustsinava.

Arianna (Laura Morante) e Gea (Andreea Denisa Savin): una donna matura e una bambina undicenne s’incontrano per caso e si scambiano l’umore della vita nel momento in cui è vissuta e per il portato che – vedremo – può avere, in un ripescaggio, in una riflessione, in uno sguardo a venire, misurato sulle rispettive e degne capacità di fruttare, di intendere, magari anche senza parlare. Le vite di Arianna e di Gea sono diverse eppure simili, a ben vedere. Ben vedere significa vedere dentro, vedere dentro vuol dire leggere e interpretare un testo non generico, poetico. La poesia vuole i suoi ritmi, il proprio spazio metaforico, la propria aria d’intensità. L’elastico continuo tra figura e personaggio, dentro e oltre il narrare, nell’osservare e nel comprendere, offre un non-prodotto che mette a dura prova la sensibilità dello spettatore, “condannato” poi a uscire dalla sala e ad immergersi di nuovo nel ritmo artificioso di un “montaggio” reale, condizionato e violento, dove gli stacchi delle inquadrature e la cucitura delle sequenze suggeriscono il già visto indipendentemente dal visibile. Provate, dopo il film di Del Monte, a raggiungere il parcheggio e salire in auto, provate ad accendere la radio nel traffico metropolitano… sentirete uno stridore dentro di voi e comprenderete meglio il malessere di Gea, bambina che s’innamora e subisce l’incubo di un amore già forse impossibile, e di Arianna, scrittrice che riflette sulle proprie possibilità mancate, di donna che forse può sognare un altro capitolo per i propri sentimenti. A livello di sceneggiatura, alcune battute – specialmente  della bambina possono risultare “scritte”. E ci sta, come ci stavano quelle scritte da Tonino Guerra per Antonioni, laddove il cuore del film era altrove, nel livellamento ontologico della realtà, “scritto” dalla cinepresa nella proria autonomia espressiva. Qui personaggi e figure segnano una metafora complessa che viaggia sulla “semplicità” della citazione poetica (da Alda Merini) del vento, “pettinatore” perfetto in un mondo di parrucchieri e di truccatori. I due poli femminili del film sono non-narrati e narrano non-raccontando, in una sequenzialità continua che nega il realismo, decostruendone il falso valore documentario, nella consapevolezza della valenza fiabesca perfino rosselliniana (Paisà 1946, episodio napoletano con lo scugnizzo e il soldato Joe) e dell’efficacia metaforica del distacco classico: un cinema interessato ai misteri dell’animo rintracciati con nitidezza fotografica autosufficiente. Peter Del Monte conferma in pieno l’autentico interesse per il senso drammatico e per l’impossibilità delle risposte verso interrogativi “inutili” come la vita stessa. Non che le sue immagini ci scaraventino contro un pessimismo che sarebbe perfino ovvio nel contesto attuale; si tratta di un cinema che rifiuta le scansioni tematiche da dibattito televisivo e scarta frequentazioni stereotipe da “prima serata”. Niente popcorn e nemmeno citazioni risarcitorie dell’analfabetismo. Durante il film,  vivono e si muovono figure la cui referenzialità rimanderebbe in via diretta – ma non è certo questa la chiave di lettura raccomandabile – alla confusione delle famiglie oggi, delle solitudini e delle perdizioni giovanili, delle distanze forse incolmabili tra costume residuale e vibrazioni sentimentali. Si notano insomma i dati negativi di una società fallimentare senza che però vi sia il minimo accenno a soluzioni positive esplicite, sociologiche. Una madre giornalista deve andare per un’intervista a casa della scrittrice (Arianna) rintanata in un posto di mare e porta con sé la figlia (Gea), avuta da un marito “sciagurato” che ormai s’è fatto un’altra famiglia. La bambina (brava la piccola attrice) è già troppo intelligente per non desiderare di restare un po’ lì, in quel'”isola” (per noi bergmaniana), luogo di sviluppi emotivi e di prospettive interiori. Gea mostrerà d’essere in grado di gestire i codici dei comportamenti attuali nel rapporto presto intuito e reso tangenziale con i ragazzi sbandati e alienati nel linguaggio di formule esibizioniste di una sincerità fittizia. Gea sarà comunque capace di lasciar crescere in sé l’attrazione per Yuri (Jacopo Olmo Antinori), il più grande di quei ragazzi e già avviato verso un grado di responsabilità e autonomia. Forse tornerà a ritrovarlo. E quando arriva il momento di allontanarsi da Arianna, la donna che per qualche giorno l’ha accolta, mai madre prima d’ora e forse per la prima volta amica, trova un momento di riflessione che la porta sul limitare di una nuova vita. Laura Morante, dopo il passaggio alla regia (Ciliegine 2012), memore del livello toccato con Nanni Moretti (La stanza del figlio 2000) e anche grazie al contesto del film, mostra qui di vivere una profondità misurata e depurata da tic attoriali.

Franco Pecori

 

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10 aprile 2014