La complessità del senso
23 09 2018

La forma dell’acqua – The Shape of Water

The Shape of Water
Regia Guillermo del Toro, 2017
Sceneggiatura Guillermo del Toro, Vanessa Taylor
Fotografia Dan Laustsen
Attori Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Octavia Spencer, Michael Sthulbarg, Doug Jones, David Hewlett, Nick Searcy, John Kapelos, Stewart Arnott, Nigel Bennett, Lauren Lee Smith, Martin Roach, Allegra Fulton, Madison Ferguson, Jayden Greig, Brandon McKnight, Deney Forrest.
Premi Venezia 2017: Leone d’Oro. Golden Globes 2018: Guillermo del Toro regia, Alexandre Desplat col. sonora. Oscar 2018: Film, regia, col sonora, sgr.

C’è il grande schermo, c’è la platea con le poltrone rosse, ma il pubblico non c’è. Sopra a quella sala vuota abita Elisa (Sally Hawkins). È muta e soffre della sua “diversità”. Lavora come donna delle pulizie in un laboratorio sotterraneo e buio, misterioso, dove si svolgono strani esperimenti. Lì la ragazza ha un’amica di colore (Octavia Spencer), quasi una sorella che la protegge, la capisce. Ma le proprie pulsioni sessuali, gli slanci affettivi Elisa li gestisce in solitudine, nella sua vasca da bagno. L’acqua culla il suo sogno mentre fuori il mondo soffre di un nervosismo e di un’ansia universale, nella tensione del pericolo atomico e della gara per la conquista dello spazio. È il 1962. Baltimora non è una città, è il luogo di una tensione volgare che sembra irreparabile e che rischia di stravolgere le sorti del mondo, una tensione che prende le sembianze di individui follemente arroganti, violenti, palesemente alienati nel gioco del potere mistificato. E perfino materialmente putridi, in disfacimento – Michael Shannon, nella parte del torturatore Strickland, capo della sorveglianza, ha orrore del proprio corpo in cancrena, maleodorante -. Vengono in mente i nazismi, gli imperialismi. Accadono cose difficili da raccontare in modo lineare, meglio affidarsi a un proprio immaginario interno, attingendo all’accumulo di una fantasia “privata” che privata non può essere del tutto, come nessuna fantasia lo può essere. Giù in fondo, al dunque, si trova l’acqua e si trova il sesso: si può dire il senso, il senso di una tendenza primordiale che indica profondità, spazio adattabile, aderenza non invasiva, alluvione coinvolgente, fusione di sostanza, piacere dell’immersione. Guillermo del Toro (La spina del diavolo 2001, Hellboy 2004, Il labirinto del fauno 2006, Crimson Peak 2015), immerso nel cinema del ripensamento, del rifacimento, dell’esplorazione di profondità mostruose e mirabolanti, coglie il momento magico della venuta: una salvezza anfibia prende corpo (il corpo è di Doug Jones, nove mesi di lavoro per trasformarlo nella Creatura del film) per il nostro cinema/vita e trasforma l’orrido progetto della ri-creazione da spedire nello Spaziomito – orribile peccato non-originale della voluttà insensata sovietico-statunitense – in un momento essenziale di ricomposizione alternativa, in cui la Forma si adatta, si riadatta e viaggia nel tempo fino a noi, esseri del terzo millennio, avidi di mitologie nuove e ri-conoscibili, per un’esistenza che sappia accogliere in sé la magia di un piacere non più soltanto progettuale, non mistificatorio, non più esterno all’istinto del principio. Non vi sfuggirà l’importanza dell’uovo bollito per il successo vitale e affettivo dell’approccio della donna muta verso la strana Creatura. Altro che Mostro della laguna nera (Jack Arnold 1954), altro che Favoloso mondo di Amélie (Jean-Pierre Jeunet 2001): Elisa abbraccia l’anfibio nuovo nell’acqua di un cinema/vasca, sogno dichiarato e sconvolgente, cupo e chiuso, subacqueo eppure liberatorio forse. Pensate a come siamo messi.

Franco Pecori

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14 febbraio 2018